93FE310D-CB37-4670-9E7A-E60EDBE81DAD Created with sketchtool.
< Home

Bergamo incontra Jacopo Veneziani: portare il passato nel presente di chi ascolta

Intervista. Basilica di Santa Maria Maggiore. Bergamo Alta. Tra i banchi della chiesa, incuriositi e impazienti, i quaranta giovani tra i 19 e i 30 anni che hanno aderito a «Le vie del Sacro», il progetto promosso dalla Fondazione Adriano Bernareggi per Bergamo – Brescia Capitale della Cultura 2023. Insieme a loro tanti appassionati, bergamaschi e non, all’ascolto dello storico dell’arte e divulgatore classe 1994. È lo scenario che conquisterà la città venerdì 30 settembre alle 20.45

Lettura 5 min.
Jacopo Veneziani

Ready, steady, go. Una grande partenza attende l’inizio ufficiale del progetto «Le Vie del Sacro», volto alla valorizzazione del patrimonio artistico diocesano da parte di giovani curiosi e sognatori, appassionati d’arte e delle sue possibilità narrative. È un coinvolgimento che diventa occasione di crescita collettiva e comunitaria, che si nutre del presente per valorizzare il passato con voci inedite e appassionate.

La serata inaugurale (ingresso gratuito, con prenotazione su Eventbrite) ospiterà Jacopo Veneziani, classe 1994, storico dell’arte e divulgatore. Giovanissimo, è attualmente dottorando in Storia dell’arte moderna alla Sorbona di Parigi, ha pubblicato due libri per Rizzoli («#divulgo. Le storie della storia dell’arte», 2020, e «Simmetrie. Osservare l’arte di ieri con lo sguardo di oggi», 2021) e, da ottobre 2020, conduce una rubrica all’interno de «Le parole della settimana», il programma di Massimo Gramellini su Rai Tre. La sua riflessione «Il mare in un bicchiere. I nuovi linguaggi della divulgazione storico-artistica» indagherà – alla luce del processo fruitivo di un’opera d’arte per cui è necessario stabilire una connessione tra «nuovo» e «noto» - le strategie vincenti per una narrazione storico-artistica efficace e in linea con i tempi.

Jacopo, come un novello Coupau de l’«Assomoir» di Zola, che trova nel volto della «Gioconda» al Louvre dei tratti somiglianti a sua zia, spiegherà come portare l’arte a un livello zero di fruizione. Cioè quello che pervade senza sforzo chi osserva un’opera, perché parla di ciascuno di noi.

CDM: «La poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere», scriveva Calvino. Da qui nasce proprio il titolo che hai voluto dare all’incontro. Oggi, nell’ipertrofia generale di parole, che cosa è per te la poesia?

JV: È un condensato di mondo, un oggetto dalla densità particolarmente elevata capace di consegnare una chiave di lettura. È una macchina per leggere oltre la superficie. L’infinito nel finito. E penso che questo sia anche il senso profondo della divulgazione: selezionare con cura le informazioni per chi legge, ascolta, scrive. Lo scopo non è essere accademico, ma stimolare la curiosità di chi ascolta.

CDM: Per farlo è necessario attuare un processo di semplificazione di quanto si conosce. Divulgazione intesa non come consegna di informazione spicce, ma intensa rielaborazione di conoscenze acquisite nel tempo.

JV: Esatto. Il divulgatore deve tacere una serie di nozioni, scegliere solo le più pungenti e usarle come trampolino per chi poi deciderà di tuffarsi in ricerche più approfondite. In questo modo si favorisce la discussione culturale, allargando la base partecipativa dei fruitori, civilizzando il confronto sociale e politico.

CDM: Attraverso il tuo lavoro attualizzi quindi quanto sosteneva Bruno Munari, quando diceva che complicare è facile, perché basta aggiungere, mentre per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere cosa togliere.

JV: Credo profondamente che la curiosità generata dal buon divulgatore stia anche nel non detto. Questa sentenza di Munari è associabile alla scultura nata da un blocco di marmo grezzo, scolpita poco per volta. «Semplificare senza banalizzare» è ormai diventata frase fatta, ma lascia intendere che, in quello che si sta dicendo, è necessario incuriosire attraverso dei fuochi, delle scintille.

CDM: Quale credi che sia allora il potenziale dell’arte per l’uomo? Fino a che punto possono arrivare l’incontro e la ricchezza ricevuta?

JV: Io ho sempre considerato l’arte, insieme alla musica, uno dei linguaggi più universali in assoluto. Chiunque può guardare un dipinto o un’opera d’arte. Per me è sempre stato un controsenso usare l’arte come strumento per stabilire differenze: l’arte è democratica per sua natura. È il tentativo di dire qualcosa ad altri esseri umani, e qui si verifica l’incontro. Guardando un’opera si può percepire solidarietà umana: gli artisti comunicano paura di morire, il rapporto padre / figlio, una ricerca spirituale, un momento di pura serenità. Vita.

CDM: Nella rubrica #Divulgo, che hai lanciato su Twitter durante la Pandemia, hai scritto: «Come il palloncino che prende forma grazie ad un soffio, il patrimonio artistico italiano ha bisogno di tutti noi per esistere». Qual è, allora, il potenziale di un’arte riconosciuta da tutti?

JV: Il tempo del lockdown ci ha insegnato a non dare nulla per scontato, neanche il paesaggio che ci circonda ogni giorno quando usciamo da casa. Ecco, io credo che uno dei grandi meriti della divulgazione sia proprio risvegliare i fruitori sul valore di ciò che ci circonda; troppo spesso, a forza di vedere ogni giorno la stessa cosa, la si dà per scontata. Il bravo divulgatore riesce a offrire nuove prospettive su quello che già si conosce, sa rendere accorti e consapevoli della realtà attraversata, spesso degna di una meraviglia taciuta.

CDM: Lo storico dell’arte Aby Warburg, infatti, scriveva che per conferire movimento (interiore) a una figura immota – come un dipinto – occorre svegliare una sequenza di immagini vissute, o per lo meno conosciute. Tu, nel tuo libro «#Simmetrie», ti chiedi come sia possibile guardare l’arte di ieri con gli occhi di oggi. E come vedere l’arte di oggi con gli occhi (e le abitudini) di ieri?

JV: Compito-obiettivo del divulgatore è anche quello di portare alla luce alcuni fili sotterranei separati da sempre. A volte accostare opere che non hanno nulla in comune, anche di secoli diversissimi, permette di apprezzarle in tutta la loro densità di significato. È risaputo che il grande pubblico preferisca prevalentemente l’arte figurativa: quando questa, però, viene avvicinata a quella “criptica” (ovvero astratta) del Novecento, ho percepito spesso stupore. C’è proprio bisogno di riconnettere il nuovo al conosciuto, quello che frustra intellettualmente a un porto sicuro da cui far salpare una nuova conoscenza. Il divulgatore poi ha la fortuna che non può, e non deve, seguire l’ordine cronologico: è una sequenza di idee più che di date. Non ci sono Romanticismo, Impressionismo e Classicismo, ma solo una navicella che segue nella storia un ordine di idee.

CDM: Ci puoi fare un’anticipazione di una #Simmetria con cui stupirai i ragazzi de «Le Vie del Sacro» venerdì sera?

JV: Certo! La «Madonna con Bambino in trono» di Lorenzo Lotto, presso la Chiesa di Santo Spirito di Bergamo, nasconde un dettaglio che anticipa la moda punk degli anni Settanta / Ottanta. È un parallelismo divertente e inaspettato, che sicuramente può catturare l’uditore di una visita guidata e, perché no, cambiare per sempre il suo sguardo su quell’opera!

CDM: Tu hai fatto dei social il principale canale d’espressione di una pratica divulgativa fresca, giovane, innovativa. Hai una community molto varia, con follower dalle più svariate età e formazioni, e che non conosci personalmente. È paragonabile a quello che, durante le visite guidate, faranno anche i ragazzi de «Le Vie del Sacro». Come sei sicuro di catturare l’attenzione del tuo pubblico?

JV: I social oggi sono, insieme alla televisione, le facce di una stessa medaglia: inizialmente avevano una funzione pedagogica, ora – a parte i canali / profili specializzati – più di intrattenimento. Tutti sanno che, sui social, non bisogna scrivere grandi papiri perché vengono usati nei minuti vuoti. Io devo inserirmi in quel vuoto, incuriosendo e stimolando a saperne di più. Il racconto poi si costruisce sulle componenti universali che stanno dietro l’opera d’arte. Non si spettacolarizza il dipinto, si guarda in profondità il tema. In un racconto divulgativo e non accademico cerco di essere il più possibile inclusivo, basandomi sulla quotidianità dei più, su cose che tutti hanno avuto la possibilità di sperimentare sulla propria pelle.

CDM: Nella tua attività di divulgatore un ruolo fondamentale assumono i dettagli. Come riesci a conciliare questo sguardo minuzioso con l’inefficienza, come abbiamo detto, di un’eccessiva peculiarità nozionistica?

JV: Credo fermamente che, in un momento divulgativo, i dettagli tecnici sono importanti solo nel momento in cui aiutano a capire meglio l’umano. Altrimenti è tutto freddo, scolastico e nozionistico. Guardando un’opera è giusto chiedersi: chi erano i committenti? Perché un artista è arrivato a Bergamo? Perché una tecnica piuttosto che un’altra? Alla luce di queste domande l’informazione assume luce nuova. Il segreto è portare il passato nel presente di chi ascolta. Tradurre l’atmosfera. Parlare delle persone del passato come luoghi e persone incontrabili. Quando lavoro rendo davvero mio il pensiero di Piero Angela, quando diceva: «Dalla parte della scienza per i contenuti. Dalla parte del lettore per il linguaggio».

CDM: Infine, che augurio lasceresti tra queste righe a tutti i ragazzi che a breve si troveranno a narrare l’immenso patrimonio diocesano della nostra città?

JV: Più che un augurio, forse, è un consiglio. È quello di non abituarsi mai alla bellezza di cui dovranno parlare. Auguro loro di raccontarla sempre come se fosse la prima volta, senza assumere una narrazione meccanica. Ragazzi, continuate a meravigliarvi! E diventate contagiosi!

Approfondimenti