Da Socrate a Google «So di non sapere»

Da Socrate a Google
«So di non sapere»

Il filosofo Antonio Sgobba con «Il paradosso dell’ ignoranza da Socrate a Google» (Il Saggiatore, 338 pp., 20 euro) cerca di fare ordine nell’epoca della post-verità e dell’ossessione del controllo dell’informazione: come si sedimentano le forme di sapere verosimile in bilico tra verità e invenzione.

Viviamo in un’epoca storica in cui mai come prima ogni forma di conoscenza è facilmente a portata di mano, anzi di clic. La rete, internet permette infatti a chiunque di raggiungere ogni tipo di informazione e approfondimento partendo da banali e semplici parole chiave. Da domande anche ingenue è possibile infatti ricostruire un vero e proprio percorso accademico in grado di cogliere le ultime ricerche come i testi più divulgativi su un qualsiasi tema o argomento. Questa possibilità ci è data principalmente dal famoso algoritmo di Google che è in grado come nessun altro di setacciare l’ infinito mare di internet per recuperare le informazioni più utili e necessarie, ma non si tratta solo di semplici dati, anche le relazioni in questa epoca tanto agitata risultato più facili e immediate. L’ avvento dei social ha permesso infatti di aumentare esponenzialmente i contatti con persone più diverse costruendo vere e proprie relazioni online. Diventa così facile contattare un esperto o un uno scrittore famoso così come seguire la quotidianità della propria star o beniamino di riferimento.

Ma attraverso i social è possibile anche ritrovare i vecchi amici d’ infanzia o comunque in generale diventa facile entrare in contatto con figure lontane geograficamente e con cui non si hanno particolari legami, è sufficiente «entrare in contatto».Forme mentali Tuttavia questa facilità relazionale trova il suo punto di arresto di fronte al corpo. I «contatti» risultano infatti privi di un corpo. Il corpo risulta così il vero assente di questa epoca nonostante la sovraesposizione mediatica di quelli dei cosiddetti vip come di quelli dei politici. La scomparsa del contatto fisico che oggi determina buona parte delle relazioni che vengono instaurate quotidianamente ha anche ridefinito la forma mentale con cui accediamo alla conoscenza, con cui oggi l’ uomo contemporaneo accede al mondo. In «Future sex» (Minimum Fax, traduzione di Claudia Durastanti, 19 euro), la giornalista americana Emily Witt prova a tracciare la novità delle dinamiche amorose che nascono sul web ed evidenzia brillantemente come a cambiare siano certamente le dinamiche e non i desideri, ma anche il vocabolario che tuttavia si ritrova disadorno, quasi incapace di restaurarsi all’ interno di un movimento che pare monco.

Una dinamica che nasce nelle parole e che nelle parole si arresta perché insufficienti a raccontare oltre o meglio a dare corpo ad un’ esperienza che si fa nella migliore delle ipotesi ultra narcisistica, priva di sbocchi se non all’ interno di un desiderio sempre più montato a panna. Ed è uno dei tanti paradossi di un’ epoca che ha fatto del «messaggiare» la propria preghiera laica che una volta era rivolta al giornale mattutino e che oggi vede un continuo scambio spesso privo di peso (sia dialettico, sia di banale concretezza) quale alternativa ossessiva ad una realtà che si fa nonostante le aperture possibili sempre più chiusa e ostile, sempre più buia e difficile da evadere. In questo assurdo movimento dentro al quale oggi si muove confusamente la società occidentale sembra prendere sempre più spazio l’ ignoranza quale collante capace di sostenere il peso di continue disillusioni ormai prive di ogni proiezione sull’ altro perché sempre rivolte ad un se stesso sempre più inadeguato ai continui stimoli che in parte vengono inseguiti, ma che spesso vengono subiti da una società dell’ informazione sempre più pervasiva, il tanto desiderato momento di celebrità indicato da Andy Warhol si è trasformato in 15 minuti di incubo che possono per sempre rovinare la vita di chiunque. L’ ignoranza diviene così la fuga naturale, il dominus di un mondo fatto di algoritmi e dati sempre più totali e sempre più complicati da interpretare la cui gestione richiederebbe ben più competenza e soprattutto saggezza del comune uomo della strada. Come spiega (e racconta affabilmente) il filosofo Antonio Sgobba in un bellissimo volume dal titolo che vede dominare in copertina in modo quanto mai esplicativo un punto di domanda, «? Il paradosso dell’ ignoranza da Socrate a Google» (Il Saggiatore, 338 pp., 20 euro) l’ ignoranza non è una forma di errore e non è un oggetto misurabile.

Campagna elettorale L’ ignoranza infatti si diffonde sia consapevolmente che inconsapevolmente, ma soprattutto sembra occupare sempre più uno spazio che si potrebbe definire nella sua follia anche «creativo» e lo si vede in maniera evidente anche in politica dove ad oggi il presidente degli Stati Uniti è un uomo che ama definirsi ignorante e che delle fake news - ossia delle notizie false diffuse sulla rete ad una velocità tale da renderle verosimili - ha fatto un grandissimo uso durante la sua vincente campagna elettorale. L’ ignoranza sfrutta l’ anfratto che sta tra il vero e il possibile inserendo un fattore spesso irrealistico capace di renderla desiderante. Tuttavia nel suo libro Sgobba non si limita a prendere in analisi gli ultimi vent’ anni, ma compie un percorso sia filosofico che storico a ritroso individuando le forme d’ ignoranza nel tempo: come si sono sedimentate e la forma che hanno preso sempre in bilico tra assenza di verità e invenzione. Un percorso fondamentale per fare un po’ di ordine in un caos che oggi ci vede piombare in un’ epoca detta della post-verità in cui proprio l’ ossessione del controllo data sia dal contesto economico che politico (viviamo in un periodo di perenne guerra al terrorismo da circa 20 anni) ha determinato una serie di fughe in avanti in cui tutto ciò che è possibile di diverso dall’ attuale assume le forme del falso, e in cui l’ improbabilità si fa realtà ogni giorno di più. L’ ignoranza fiancheggia in parte l’ ingenuità divenendo in questo modo più che l’ ancella di un possibile cambiamento, la principale alleata di una conservazione proprio nel momento in cui viene sottovalutata o derubricata ad evento straordinario. L’ immaginazione è ancora l’ unico argine all’ ovvio, ma ha bisogno di più libertà perché a differenza della post verità non richiede dati e non si fa supportare da tesi caduche. Ogni giorno siamo sempre più ignoranti e non lo sappiamo.

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