«Annunciare il Vangelo nelle periferie»
In Mozambico addio a padre Frizzi

Il sacerdote, 78 anni, si trovava nel Paese africano dal 1975. Era stato allievo di Ratzinger. Tradusse libri e catechismi nelle lingue locali: «Il missionario raccoglie le ricchezze dei popoli».

L’inculturazione del Vangelo fra le popolazioni è sempre stata la chiave del suo metodo missionario. Era infatti convinto che l’annuncio evangelico non potesse essere efficace ricorrendo alle lingue europee, e quindi aveva tradotto catechismi e testi liturgici nei dialetti locali. Per lui ogni missionario doveva sentirsi «condannato», secondo l’espressione che amava usare, a calarsi nelle periferie del mondo.

Così è stato padre Giuseppe Frizzi, missionario della Consolata in Mozambico, scomparso sabato nella nazione africana, a Lichinga, all’età di 78 anni. Era nato il 14 maggio 1943 a Suisio, «in una delle nostre famiglie numerose e dignitose nella povertà — ricorda il confratello don Adriano Bravi, amministratore parrocchiale di Marne, che da ragazzo frequentava l’oratorio di Suisio —. Studiava sotto la guida dell’allora curato don Alessandro Medolago ripassando un po’ di latino e giocando al pallone».

Da giovane sentiva la vocazione missionaria e decise di abbracciarla quando in paese morì un seminarista della Consolata, istituto fondato nel 1901 a Torino dal Beato don Giuseppe Allamano. Così il 27 settembre 1954 era entrato nell’istituto, percorrendo il cammino del noviziato a Certosa di Pesio (Cuneo), emettendo la professione perpetua nel 1966. Venne poi inviato alla Facoltà teologica di Münster, in Germania, dove nel 1970 si laureò in Esegesi biblica, avendo fra i docenti il futuro pontefice Joseph Ratzinger. Fu ordinato sacerdote a Roma il 20 dicembre 1969. Dopo alcuni anni di frequenza di corsi missionari in Portogallo e in Gran Bretagna, nel 1975 venne inviato in Mozambico, nella diocesi di Lichinga, impegnato in diverse missioni della Consolata. Non lasciò mai la nazione, neppure durante i terribili e sanguinosi anni di guerra civile fra le opposte formazioni politiche.

Nonostante alcune incomprensioni che non mancarono per i suoi metodi, padre Frizzi fu sempre convinto della necessità dell’inculturazione del Vangelo nelle popolazioni locali. Oltre all’evangelizzazione e alla formazione di catechisti e animatori, aveva pubblicato in lingua Macua Xirima catechismi, messali, libri liturgici e filosofici, dizionari, grammatiche e addirittura la Bibbia. Inoltre, per promuovere la cultura e l’arte locali, aveva fondato un centro di ricerche. Per questa intensa opera, nel 2009 la Pontificia Università Urbaniana gli aveva conferito una laurea honoris causa. «Come missionari — aveva affermato in una intervista pochi anni fa — siamo “condannati” ad annunciare il Vangelo nelle periferie. Anzi, la periferia missionaria è la periferia delle periferie e con i suoi doni può arricchire la Chiesa universale». Era molto ascoltato dai giovani missionari, che lo ritenevano un saggio maestro anziano. A chi gli chiedeva quale dovesse essere l’approccio di un missionario, rispondeva: «Quello della mietitura e non della semina.

Oggi il missionario è raccoglitore delle ricchezze culturali e delle lingue dei popoli. Non si può annunciare il Vangelo con le lingue e i metodi europei». Padre Frizzi era stato anche fra i promotori più decisi della beatificazione della religiosa missionaria Irene Stefani. Periodicamente tornava nella nativa Suisio. «Era sempre rimasto legato alle sue radici», ricorda il parroco don Filippo Bolognini. Per sua esplicita volontà, padre Frizzi sarà sepolto in Mozambico. La parrocchia lo ricorderà sabato con una Messa alle 15 in chiesa parrocchiale.

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