«In 20 anni Orobie cambiate»
Moro: ghiacciai spariti, fauna ripopolata

Dopo aver affrontato per la prima volta la traversata della catena nel 2000, l’alpinista bergamasco ha ripercorso lo stesso itinerario lo scorso settembre: «È un patrimonio prezioso».

Vent’anni dopo di uguale, in fondo, c’è solo lui Mario Curnis, il grande vecchio dell’alpinismo bergamasco, che sembra davvero l’ologramma di se stesso. Lì, col suo fisico asciutto, la folta barba bianca e lo sguardo che si illumina di fronte alle sue montagne, per dare il via alla grande traversata al passo del Vivione e riabbracciare poi i compagni di avventura all’arrivo ai Piani di Bobbio. In mezzo 150 chilometri, oltre 100 cime tra i 2 e i 3 mila metri e come dicevamo un ambiente profondamente cambiato. E non necessariamente in peggio. Proprio per cogliere e osservare da vicino queste trasformazioni Simone Moro, assieme all’amico Alessandro Gherardi, il Geko, lo scorso settembre, approfittando anche dello stop alle spedizioni extraeuropee legato alla pandemia, ha voluto ripetere la lunga cavalcata sullo spartiacque naturale tra la Bergamasca e le altre province lombarde (Brescia, Sondrio e Lecco) che nel 2000 lo aveva visto protagonista assieme allo stesso Curnis.

«Voglio documentare il più possibile il nuovo volto delle Orobie» aveva detto prima della partenza. E così è stato. Cos’è cambiato? «Come era prevedibile – racconta Moro – il dato più impressionante è stato quello della scomparsa degli ultimi ghiacciai rimpiazzati da estese pietraie. Il confronto fra le foto non richiede che si aggiungano parole. Dall’altro lato della medaglia, ho visto una fauna più presente e numerosa. Stambecchi, camosci, pernici bianche, marmotte e aquile sono presenti in numero importante e non sono per nulla intimoriti dall’uomo. Ho potuto toccare con mano quanto questi animali siano ormai abituati alla presenza umana». Ed è proprio questo l’altro aspetto, in questo caso positivo, che ha investito le Orobie negli ultimi vent’anni. Se nel 2000 i due alpinisti nei dieci giorni della traversata avevano infatti incontrato una sola persona, quest’anno, complice anche il rinnovato appeal delle vacanze a chilometro zero legato al virus, gli incontri non sono mancati affatto. Tradotto: tanti escursionisti e rifugisti soddisfatti per una stagione diversa ma comunque eccezionale. La voglia di esplorare e documentare si intreccia così a considerazioni sulla promozione di questo patrimonio ambientale che, forse mai come oggi, potrebbe diventare una risorsa preziosissima.

«Man mano che superavo la sequenza infinita di torri e creste delle Orobie ho capito quanto queste dovrebbero essere promosse. Questo viaggio alpinistico potrebbe diventare meta - anche in più tappe suddivise in settimane, mesi o anni - di molte più persone che di tre cordate in 20 anni (oltre a Moro e Curnis nel 2000, una seconda nel 2018 con Luca Bonacina e Zeno Lugoboni e la terza, la scorsa estate, grazie a Daniele Assolari che ha iniziato da solo e poi continuato in diverse tappe con compagni e amici vari, ndr). Certamente bisognerebbe attrezzare alcune calate rendendole più sicure, rinforzare qualche ancoraggio o metterne di più, segnalare i tratti più complicati e pericolosi, fare una relazione fotografica e dettagliata e mappare l’intero percorso. Io l’ho fatto col mio Gps quest’anno, ma tutto il resto del lavoro sarebbe un’interessante promozione per un “campo da gioco” naturale, decisamente selvaggio ed entusiasmante». «Alcune cime che si incontrano durante la traversata – aggiunge l’alpinista – andrebbero promosse come mete escursionistiche singole per camminatori esperti. Si potrebbero segnare e bollare come fatto su quelle più facili e conosciute: sarebbe anche questo un modo per incentivare la collezione di queste vette e dunque la conoscenza degli itinerari diversi dai soliti o da quelli classici. Di sicuro, non voglio esortare la comunità escursionistica in generale a provare la traversata, ma almeno quella alpinistica o le guide alpine con clienti, gli esperti delle Orobie a esplorare questo ambiente selvaggio e anche sé stessi».

Già perché la traversata per Moro è stata anche un’occasione di riflessione in un momento decisamente particolare, ma con lo sguardo comunque rivolto a futuro: «Le Orobie – aggiunge – sono le mie montagne, quelle della provincia più martoriata dalla pandemia di inizio anno, quelle di gente che è abituata a lavorare duro, a resistere, con una ancora scarsa vocazione turistica, ma che proprio nel territorio e nel carattere ha il potenziale per smettere di considerarsi come luogo poco attraente o di secondo ordine rispetto alle blasonate montagne a Est e a Ovest della nostra provincia. Queste montagne sono ricche di rifugi accoglienti e ben organizzati, di una rete sentieristica ottima e ben segnata, di un trekking famosissimo, chiamato Trekking delle Orobie orientali o occidentali, cumulabili in un solo singolo cammino che richiede una decina di giorni di percorrenza. Bisogna ripartire anche e soprattutto da qui. Da uno spirito che questo territorio incarna alla perfezione».

«La traversata e il luogo in cui si è conclusa – conclude Moro – vogliono essere un ringraziamento al romanticismo dell’alpinismo classico a cui questo viaggio per creste appartiene. È la metafora dell’andar per monti in qualsiasi parte del pianeta, dagli Ottomila fino alle colline più dolci. La vetta è sempre e solo un punto di passaggio e mai di arrivo, perché la felicità e la passione non risiedono in una destinazione ma nel percorso. Importante è identificare il proprio e mettersi in cammino».

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