Dall’Oman all’Australia, sette viaggi nei deserti

LA RECENSIONE. Un viaggio nel nulla e anche nell’infinito, così forse si potrebbe definire lo straordinario «Un mondo senza confini» (Adelphi, ottimamente tradotto da Francesco Francis) del giornalista e scrittore inglese William Atkins.

Un viaggio nei deserti, dal Medioriente a quelli americani già cantati da Alex Schumantoff con «Leggende del deserto americano» (Einaudi), ma che qui appaiono invece al di là della mitologia, ma nella loro possibilità di luogo esistenziale. La capacità analitica di Atkins traccia le linee di un libro che si pone quasi come una guida tout court con mappe e descrizioni precise di luoghi. Un vero e proprio diario di viaggio dunque che assume pagina dopo pagina la forma inedita di una poetica dell’esistenza, un modo di stare al mondo certamente diverso, ma forse migliore, di sicuro senza confini.

Ed è in uno spazio sterminato e incredibilmente vario che Atkins sembra riappropriarsi della capacità di vedere senza gli obblighi mentali indotti da una società contemporanea così pressante e competitiva al punto da annegare una serie di qualità percettive che, invece, in un luogo tanto estremo quanto mistico, risultano fondamentali e necessarie. Sette i viaggi che costellano il volume, sette intenzioni, sette destinazioni che divengono ragioni di vita. Dall’Oman all’Australia, dalla Cina agli Stati Uniti, tutto parte come una forma di scoperta del luogo e delle sue caratteristiche che diviene un metodo per una riscoperta di se stessi. Ogni deserto è un motivo di digressione, di racconto.

Atkins è così in grado di connettere spazio e storia: libero da ogni confine, per l’appunto, l’autore sembra anche libero di raccontare intrecciando fatti e aneddoti, storie e caratteristiche sociali e geografiche. «Un mondo senza confini» riporta alla lezione di Bruce Chatwin, ma soprattutto ad un’idea di mondo in qualche modo infinito. Non è certo la formidabile evoluzione tecnologica ad aver rimpicciolito il mondo e nemmeno la capacità di poter contenere in una mano infinite informazioni e delle più svariate, ma semmai è l’incapacità di guardare oltre. Lontano da modelli precostituiti e da mappature ossessive, Atkins ritrova sapore e sguardo e quella capacità di scoperta mimetica che lega da sempre l’umanità a ciò che incontra, uno scambio per certi versi magico. Una relazione fondamentale che non pretende mai una prevalenza dell’uomo sulla natura o viceversa, ma uno scambio paritetico dentro al quale l’umanità può imparare a darsi sempre nuove possibilità. Un libro di rara sensibilità.

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