Il coraggio di correre contro il cancro, il sogno di Luca mette le ali ai piedi

CANCERSUCKS. Luca Belloni durante la battaglia con la malattia riuscì a correre tutta la maratona di New York per sostenere la ricerca. Si è spento nel 2016, famiglia e amici portano avanti il suo impegno. «Riferimento anche per altri malati».

La forza dei sogni, quelli grandi, che fanno brillare gli occhi e mettono le ali al cuore, non si esaurisce mai. Lo testimoniano i sorrisi di tre donne, che insieme portano avanti l’avventura di «Cancersucks», un’associazione che sostiene la ricerca contro il cancro: Francesca Colombo, Cristina Ronzoni, Silvia Belloni. Quest’anno, grazie al loro impegno e all’energia che sanno trasmettere, partecipano alla Milano Marathon del 7 aprile con la maglietta gialla dell’associazione 45 staffette, 180 persone.

Alle origini di questo movimento di generosità e di speranza c’è la storia di Luca Belloni, di Bergamo, che ha combattuto come un leone contro un glioblastoma multiforme di IV grado, una delle forme di tumore al cervello più maligne e letali. La sua vita ha lasciato una traiettoria di luce che molte persone oggi continuano a seguire, con la guida dei suoi familiari e amici. Cristina è sua moglie, Silvia la sorella, Francesca amica e compagna di corsa, lo sport che più lo appassionava ed era diventato per lui - e ora anche per loro - uno strumento di rinascita e di sensibilizzazione.

La diagnosi è piombata come un fulmine nella vita di Luca a 45 anni, quando i suoi due figli, Federica e Andres, avevano 14 e 10 anni. «Gli avevano dato dagli 8 ai 12 mesi di vita - spiega Cristina - poi però gli è stata offerta la possibilità di sottoporsi a una terapia sperimentale, con i professori Riccardo Soffietti e Roberta Rudà dell’Ospedale Le Molinette di Torino». Luca ha accettato la sfida, ma nel suo cammino, dopo aver conosciuto le difficoltà della ricerca, non ha mai voluto pensare solo a curare se stesso, ma anche ad aiutare altre persone nelle sue stesse condizioni.

Con questo spirito nel novembre del 2014, e poi di nuovo nel 2015, contro ogni pronostico, è riuscito a correre tutta la maratona di New York, offrendo un’eccezionale testimonianza di coraggio. Sin dalla prima gara aveva addosso la maglietta gialla con lo slogan «Cancersucks», «Il cancro fa schifo», creata apposta per quell’occasione.

Nel 2016, purtroppo, la malattia alla fine ha avuto la meglio: «Grazie alle cure, però - continua Cristina - è rimasto con noi quasi per cinque anni, con una qualità di vita ottima, nonostante alcuni momenti difficili. È stato un periodo molto importante per la nostra famiglia. Abbiamo parlato chiaramente ai nostri figli fin dall’inizio, perché altrimenti ci sarebbe sembrato di tradire la loro fiducia. Loro ci sono stati di grande supporto, abbiamo affrontato tutto insieme, anche se il padre era malato lo hanno avuto ancora vicino. È sempre riuscito a lavorare, ha continuato a correre fino a qualche settimana prima di morire, aveva un coraggio pazzesco».

Il desiderio di contribuire ai progressi della medicina è nato dal rapporto di sintonia, fiducia e stima nato con Soffietti e Rudà che hanno seguito il suo percorso terapeutico. «Luca - racconta Cristina - ha deciso di correre la maratona di New York considerandola come una sfida per raccogliere fondi, coinvolgendo i suoi amici, colleghi e conoscenti. Così è nato anche lo slogan “Cancersucks” che ha dato nome all’associazione». Da lì in poi per qualche anno la raccolta fondi è proseguita principalmente tramite la Biomedica onlus di Torino, la Divisione di Neuro-oncologia dell’Ospedale le Molinette di Torino presieduta dal professor Soffietti, oggi presidente di Cancersucks, da quando è andato in pensione. «Su questa malattia - sottolinea Cristina - ci sono pochi investimenti rispetto ad altre patologie più diffuse e con maggiori possibilità di guarigione».

L’eredità

Francesca Colombo nel 2016, quando le condizioni di Luca sono peggiorate, ha raccolto con generosità il suo testimone: «Ci siamo conosciuti più di vent’anni fa, andavamo a correre insieme - racconta con un po’ di commozione -. Quando Luca, nel 2016, ha dovuto rinunciare ad andare a New York a causa delle sue condizioni di salute, ho deciso di andare comunque da sola e di correre anche per lui». Si è rafforzata in lei la consapevolezza di un legame che andava oltre il momento presente, oltre le persone, per consolidarsi in un impegno concreto di solidarietà, un’eredità che non si poteva disperdere.

«Dopo la sua morte - dice Silvia - anche mio fratello Paolo e io, che non avevamo mai corso, abbiamo deciso di continuare la sua opera partecipando alla Maratona di New York del 2017. Ci è sembrato non solo un bel modo per ricordarlo, ma anche per continuare ad alimentare il suo sogno di contribuire alla ricerca, per lui così importante. In seguito, nel 2019, abbiamo deciso di creare una vera e propria associazione». Ne ha assunto la presidenza Riccardo Soffietti, neuro-oncologo e ricercatore di fama internazionale. Silvia è vicepresidente, Cristina segretaria.

«Sulla nostra strada si è messa la pandemia - sottolinea Francesca - e per due anni la nostra attività è rimasta in sospeso per cause di forza maggiore. Non appena possibile, però, siamo ripartiti e abbiamo ripreso un’attività di sensibilizzazione ancora più incisiva. Se in passato gli eventi che organizzavamo erano legati solo alla corsa, adesso abbiamo diversificato le attività distribuendole nell’arco di tutto l’anno. Ogni mese mandiamo una newsletter come filo che unisce tutti i donatori».

Le staffette nascono da un modello anglosassone, che aiuta le azioni di beneficenza: «Si può correre la maratona - chiarisce Francesca - come atleti singoli, oppure si può partecipare alla Relay Milano Marathon come evento di beneficenza, promuovendo staffette alle quali partecipano fino a quattro atleti, percorrendo distanze diverse, anche brevi, di pochi chilometri, in modo da ampliare le possibilità di accesso».

Il sostegno psicologico

A questa possibilità è legato un «Charity program», che coinvolge quest’anno un centinaio di soggetti registrati: «Le associazioni - continua Cristina - comprano le staffette in anticipo, con la possibilità di scegliere fra diversi pacchetti. Quest’anno, in modo un po’ temerario, ne abbiamo prenotate 35 e non solo siamo riusciti a organizzarla, ma ne abbiamo dovute comprare 10 in più per le numerose richieste che abbiamo ricevuto. La staffetta offre alle persone che partecipano la possibilità di vivere un’esperienza umana e sportiva particolare, mettendo alla prova la propria capacità di fare squadra. Ogni gruppo si può attivare con la propria creatività per sostenere la raccolta fondi. Gli atleti si mettono a loro volta in gioco coinvolgendo gli amici attraverso la rete del dono. L’obiettivo di quest’anno è di raccogliere almeno ventimila euro e siamo già a metà strada».

Con questi soldi Cancersucks (www.cancersucks.it) finanzia borse di studio per i ricercatori nel campo dei tumori cerebrali, ma non solo: «Abbiamo scelto - osserva Cristina - di sostenere anche il lavoro di una psicologa con i pazienti della neuro-oncologia dell’ospedale Le Molinette, perché abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che ce n’è un grande bisogno. Quando si presenta un tumore al cervello, com’è successo a Luca, un intervento può creare squilibri, cambiare addirittura il carattere di una persona, oltre a causargli dei problemi come l’afasia o la difficoltà di movimento. È molto importante sia per il paziente sia per la sua famiglia avere qualcuno accanto in queste fasi complesse, per capire meglio cosa sta succedendo e come si può affrontare. Anche per noi non è stato facile adeguarsi ai cambiamenti in atto, ed è stato fondamentale poter accedere a tecniche di riabilitazione che hanno aiutato mio marito a condurre una vita il più possibile piena e vicina a quella di prima».

Orizzonti più ampi

La costituzione dell’associazione ne ha ampliato l’orizzonte e il raggio d’azione, i sogni sono diventati ancora più grandi: «Cancersucks - sorride Cristina - ora è conosciuta anche al di fuori delle mura bergamasche, e può contribuire fra l’altro a creare una rete tra i familiari delle persone colpite dalla malattia, per aiutare altri nella stessa situazione. Possiamo proporci come punto di riferimento e facilitare lo scambio di esperienze e informazioni».

Le relazioni vere d’amicizia, vicinanza e amore continuano oltre la morte, anche se in forma diversa: «Luca - dice Francesca - mi ha chiesto di stare vicina a Cristina e di continuare a sostenere la ricerca con Cancersucks, e intendo tenere fede a queste promesse che gli ho fatto. Siamo felici di vedere che le persone si lasciano contagiare dal nostro entusiasmo». L’associazione oggi conta una sessantina di soci.

Nel frattempo Francesca si è trovata a sua volta ad affrontare un tumore al seno, ma non ha smesso di impegnarsi e di correre: «Ho molta fiducia nella medicina - racconta - perciò ho affrontato la malattia con consapevolezza, in modo sereno. Ho affrontato l’intervento e la radioterapia, poi però ho continuato con le mie attività abituali. L’anno scorso ho partecipato a una staffetta con altre tre donne, a me toccavano gli ultimi quindici chilometri. Ci ho messo un po’, tutti erano preoccupati, quando sono arrivata mi hanno regalato un grande applauso che mi ha commosso. Mi sono sentita molto amata e mai sola. È bello impegnarsi per creare qualcosa di importante, per il bene di tutti, e poi vederne concretamente i risultati, anche a prezzo di uscire dalla propria zona di comfort e fare sacrifici per riuscire a ottenerli».

C’è tutto Luca in queste attività: «Lui ha vissuto in prima persona la malattia - ricorda Silvia - e ha sensibilizzato tutti gli altri. Continuiamo a tenere vivo il suo spirito e la sua energia, trasmettendola in forme nuove». Alla Maratona quest’anno c’è anche Federica, figlia di Luca, anche lei impegnata a custodire con Cancersucks il senso di forza e di libertà che nasce dalla corsa, con il vento sul viso come una carezza, lo sguardo puntato sul futuro e sui sogni ancora da realizzare.

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