Delitto di Morengo, non fu legittima difesa: «Poteva allontanarsi»

LA CONDANNA. Le motivazioni della condanna a 21 anni per Sandra Fratus che uccise il compagno al colmo di una lite: sproporzione tra colpo al viso e coltellata.

Quello tra Sandra Fratus e Ernest Emperor Mohamed era un rapporto malato, costellato da ripetuti soprusi, ma anche dalla promessa di un futuro matrimonio. Un rapporto con le caratteristiche di quello che viene definito il «ciclo della violenza», dove si alternano violenza e affettività. E che si è interrotto solo la notte tra il 25 e il 26 novembre 2022 quando, dopo l’ennesima aggressione, Fratus uccise con un’unica coltellata il compagno nella loro casa di Morengo. Il 14 giugno, la donna è stata condannata dalla Corte d’Assise di Bergamo, presieduta dal giudice Giovanni Petillo, a 21 anni di reclusione.

Leggi anche

Nelle motivazioni, il presidente ricorda i diversi accessi della donna in pronto soccorso. Il fatto che lei non dicesse che le lesioni le erano state provocate dal compagno. Si cita il «ciclo della violenza», in cui di solito la donna è la parte debole, e gli atteggiamento dell’uomo creano «una sorta di gabbia, dalla quale diventa difficile scappare». Una situazione in cui si trovava anche Fratus. Circostanze utili per delineare «il contesto entro il quale maturò l’insano gesto dell’imputata, giunto al culmine dell’ennesima lite e dell’aggressione subita, allorché il convivente la colpì all’altezza della tempia, facendole perdere gli occhiali».

Leggi anche

Ma per la Corte non fu legittima difesa (invocata dagli avvocati della donna). L’uomo aveva sì «posto in essere, nei confronti della Fratus, una condotta aggressiva, tale da determinare un pericolo attuale di offesa». E quella sera aveva «reiteratamente aggredito, verbalmente e fisicamente, la sua convivente», che l’aveva accoltellato (un unico fendente, al petto) dopo aver ricevuto l’ultimo colpo al viso. Perché si possa invocare la legittima difesa, «l’aggredito, di fronte all’alternativa se reagire o subire, non deve avere altre alternative se non quella di reagire». Quindi, deve essere l’unica possibilità per salvaguardare la propria incolumità. In questo caso, «la storia di quella tragica notte, cosi come raccontata dalla stessa imputata, evidenzia come costei, se effettivamente avesse ritenuto di poter essere esposta a ulteriori e più gravi aggressioni, avrebbe potuto allontanarsi dall’abitazione», oppure avvisare le forze dell’ordine. Inoltre, stava anche arrivando il figlio a cui lei aveva chiesto aiuto. Manca poi la «proporzionalità tra offesa e difesa». La coltellata è stata inferta dopo il colpo al viso, «una condotta non solo non necessaria, ma per l’appunto di gran lunga squilibrata, rispetto al ceffone subito, sia per il mezzo usato che per la direzione del colpo inferto».

La lettura è che la reazione «impulsiva e repentina» di Fratus «fu determinata dalla rabbia, dall’esasperazione, dalla frustrazione» maturati nel tempo, a causa dei «reiterati comportamenti del convivente, che avevano finito per ingenerare in lei una condizione di sopraffazione e umiliazione».

© RIPRODUZIONE RISERVATA