«Io, la Coppa del ’63. Unica, cioè sola»

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE Il trofeo vinto a Milano contro il Torino racconta i suoi 56 anni di solitudine in bacheca. «Adesso sono pronta ad accogliere una sorella»

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«Prego, prego: sieda pure!»

Lei è la Coppa Italia vinta dall’Atalanta nel 1963. La regina della bacheca nerazzurra. Non le spiace, se le faccio qualche domanda?

«No, tutt’altro. Sono una signora di 56 anni: un’età non facilissima, per una signora. Come intuirà, essere cercata e intervistata può solo farmi piacere: non è femminile civetteria. È rivincita sul tempo che passa. Il compiacimento di constatare che qualcuno ancora si interessa a me».

Guardi che, a Bergamo, non c’è tifoso che non l’abbia nel cuore...

«Sì, lo so, è la faccia bella della solitudine. Ma a che prezzo...».

Cioè?

«Voglio dire: mi hanno nel cuore perché sono il solo trofeo vinto dal calcio bergamasco di alto livello. L’unico che possano esibire sulle bandiere o nelle discussioni con i sostenitori delle altre squadre. Certo, c’è anche il numero dei campionati di Serie A disputati, il più elevato per una delle cosiddette provinciali. Ma, come saprà, nel computo più immediato e anche più appariscente, a contare sono i cosiddetti «tituli». E per l’Atalanta, io sono l’unico titolo. Il che mi garantisce una fama che anche solo un paio di scudetti, o un’altra Coppa Italia, offuscherebbero. Certo, il prezzo dell’unicità è la solitudine. Così come il risvolto più bello della solitudine è l’unicità. Non se ne esce».

 

La Coppa Italia vinta dall'Atalanta il 2 giugno 1963

Dura?

«Sì, è dura. Mi vede: sono qui, in un posto prestigioso come l’ufficio del Direttore Generale dell’Atalanta, ma sola. Ho accanto un gagliardetto che ha quasi la mia età e che celebra esattamente la mia venuta a Bergamo, ma null’altro. E a costarmi non è tanto l’oggettiva condizione in cui mi trovo, quanto il sospetto, alla lunga, di essere finita in un posto dove non si vince mai nulla».

Detta così, suona un po’ ingenerosa...

«Vero, sì. Mi scuso, anche perché campionati di B (e di C, uno) se ne sono vinti. E, poi, ci sono tutte le coppe e le targhe portate a casa dal Settore Giovanile. Ma io quelle le chiamo le mie sorelline, e so che appartengono allo stesso sport, ma a un altro mondo. A pesarmi, è la mia solitudine di trofeo della prima squadra. Mi sono illusa due volte, con le finali proprio di Coppa Italia perdute contro Napoli e Fiorentina».

A proposito di Fiorentina, saprà...

«So, so... Potremmo vendicarci della sconfitta in finale nel 1996. Non sarebbe male. Poi, vuole mettere? Giocarci il titolo a Roma... Ne ho la certezza, i nostri tifosi invaderebbero la capitale. Sarebbe una trasferta memorabile».

Mi faccia ricapitolare: non le spiace essere l’unico trofeo vinto dall’Atalanta, perché questo le dà una rilevanza unica presso i tifosi nerazzurri. D’altro canto, patisce la solitudine. Sicché, mi corregga se sbaglio, le piacerebbe se finalmente...

«Sì, mi piacerebbe se finalmente...».

Le farebbe posto volentieri, senza gelosie?

«Senza, assolutamente. Poi, c’è questa storia che io arrivai a 56 anni dalla fondazione e che quest’anno siamo al cinquantaseiesimo anno dalla vittoria che mi ha condotto a Bergamo: se il giochetto riuscisse, si immagina con che trepidazione i tifosi bergamaschi attenderebbero e vivrebbero il 2075?!».

Credo di immaginarlo... Ma proviamo a guardare indietro: che ricordi ha, di quel giorno?

«Ne ho molti. Il primo, concerne il pre-partita. Mi collocarono su un tavolino a bordo campo, con largo anticipo. Era una bella giornata di giugno, il sole penetrava dalle tribune ancora deserte e illuminava spicchi di campo verde. San Siro era come un meteorite scuro e cavo caduto nel silenzio di quella Milano di quasi estate. Poi, erano gli anni Sessanta. Sa che meraviglia era, Milano negli anni Sessanta? Era pomeriggio. Sentivo passare rari tram, giungevano voci dai pergolati delle trattorie non lontane dallo stadio, un Jukebox fece arrivare fino a me due successi di quell’anno: La partita di pallone e Come te non c’è nessuno, entrambi di Rita Pavone. L’abbinamento mi fece pensare che la seconda fosse dedicata a me, premio in palio esattamente per una partita di pallone».

Guarda la sintesi della finale del 1963

Poi, arrivarono i tifosi e le squadre: per chi fece il tifo?

«Ovvio: per i non favoriti dal pronostico. Il Torino era una società più blasonata, aveva già vinto due Coppe Italia e sei scudetti; Superga era cosa di soli quattordici anni prima... In campionato, le due squadre erano arrivate a pari punti, ma gli scontri diretti erano finiti 0-0 a Bergamo e 1-0 per i granata a Torino... Sognavo un esito non banale, che suscitasse un po’ di scalpore. Era il mio momento di gloria: meno scontato sarebbe stato, più si sarebbe parlato di me. Quindi, non ebbi dubbi: Atalanta!».

E fu accontentata...

«Altro che! L’Atalanta vinse con me il suo primo trofeo! Meraviglioso il 2-0 di Domenghini, che segnò anche gli altri due, bravissimo Piazzaballa in più di un’occasione, bravissimi tutti. Poi, follie della storia, la nostra squadra rischiò di portare a casa il secondo titolo solo ventisette giorni dopo. Ma il 29 giugno del 1963, a Ginevra, la finale della Coppa delle Alpi andò alla Juventus, per 3 a 2. Erano pari fino a un quarto d’ora dalla fine, poi segnò Sivori».

Altrimenti...

«Altrimenti, una sorella l’avrei avuta subito, e non sarei qui sola. Ma, forse, è meglio così: come le ho detto, per 56 anni ho fatto da reginetta incontrastata delle bacheche societarie e dell’orgoglio dei tifosi. Ora, certo, sarebbe il momento di condividere onori e oneri, e la bellissima Atalanta di Gasperini meriterebbe di scrivere una pagina destinata a rimanere storica perché illustrata dalla citazione in un albo d’oro».

E se non accadesse?

«Me ne farò una ragione: come me, ci sono esemplari isolati di Coppa Italia a Vado, in Liguria, a Vicenza, a Venezia e a Genova, nella sede del Genoa. Tutte sedi affascinanti, come la nostra».

Un ultimo ricordo?

«Volentieri. È un sorriso e sono due mani: il sorriso pulito e le mani salde di Capitan Gardoni che mi solleva al cielo. Mi sentii subito al posto giusto, in quegli istanti. Capivo che a festeggiare era un calciatore né spocchioso né superbo. Un onesto mediano vocato alla respinta senza sofismi. Seppi poi che non aveva mai fatto goal in serie A: il suo primo sarebbe giunto l’anno successivo, e sarebbe anche stato l’ultimo. Un cross strampalato, più che un tiro. Quando a sollevarti al cielo è un uomo così, e tu sei una giovane Coppa bellissima, il cielo ti sembra a un passo, la vita un sogno e la gioia destinata a durare per sempre. O, almeno, per cinquantasei anni...».