L’Atalanta ritrova Paolo Maldini: dal gol di Simonini alla sua ultima rete in Serie A (quando Langella e Floccari ne fecero 2)

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Dietro la forza tranquilla di questo Milan c’è indubbiamente lui, Paolo Maldini, un pezzo di storia rossonera: un affare di famiglia, considerando che tra lui, il padre Cesare e il figlio Daniel fanno 1.000 partite con quella maglia. Che ha amato come pochi, ma con la giusta distanza e senza cedere troppo ai compromessi. Per esempio con la parte più calda della tifoseria, quella curva Sud verso la quale non è mai stato tenero quando serviva. Memorabile lo scontro dopo la finale di Champions persa ad Istanbul nel 2005 con il Liverpool, quando gli ultras lo affrontano a muso duro sostenendo che dovesse delle scuse e lui senza battere ciglio risponde che a loro non doveva niente. O l’indice davanti alla bocca a chiedere silenzio dopo un’eliminazione in coppa Uefa (l’ultima della storia) nel 2009 col Werder Brema. Il giorno della sua partita d’addio, tre mesi dopo, il 24 maggio contro la Roma, mentre tutto San Siro è in piedi ad omaggiare uno dei più grandi giocatori mai visti su un campo di calcio (non solo in maglia rossonera) dalla curva vengono esposti due striscioni, pesantissimi: “Grazie capitano, sul campo un campione infinito ma hai mancato di rispetto a chi ti ha arricchito” recita il primo, “Per i tuoi 25 anni di gloriosa carriera sentiti ringraziamenti da chi hai definito mercenari e pezzenti” il secondo. Lui si limita ad una smorfia e ad un commento, in tono con la contestazione: “Sono orgoglioso di non essere come loro”.

 

In quella frase c’è tutto Paolo Maldini, nel bene e nel male: l’incapacità, o più probabilmente la scelta, di non essere ruffiano quel tanto che sarebbe bastato per avere la curva con sé e un certo distacco quasi snob dalle cose. Elegante come è stato in campo verrebbe da dire, molto milanese, ma non quello bauscia: non l’arricchito ma la buona borghesia silente e operosa, quella da famiglia da copertina con moglie ex modella (bellissima, ma non chiassosa come le wags o le veline che verranno…), casa tra la Fiera e San Siro e parole dosate con cura. Ma una fuori posto e sempre quella giusta. Come quando nel 2016 rifiuta il ruolo di direttore tecnico che gli viene proposto dalla nuova proprietà cinese e lo fa con una lucidità incredibile: “So quali sono le mie virtù, ma conosco ancora meglio i miei limiti: l’area di mia competenza deve essere quella sportiva. Io ho fatto parte di squadre che hanno fatto la storia del calcio e so che per arrivare a quei risultati ci deve essere una grande sinergia fra tutte le componenti societarie. Ho fatto presente che avrei dato tutto me stesso in un ruolo importante, che non avrei mai accettato di essere utilizzato come la semplice bandiera”.

 

Paolo Maldini «saluta» gli ultrà dopo il match d’addio

Cosa che invece è stato in campo, nel Milan degli invincibili di Arrigo Sacchi, in quella difesa con gente come Baresi, Tassotti e Costacurta che ne ha fatto le fortune molto più dell’attacco come scrive molto acutamente uno come Marco Van Basten (mica un pincopalla…) in “Fragile” la sua autobiografia. Una sorta di linea Maginot che sapeva respingere, attaccare e all’occorrenza menare duro: ne sa qualcosa Caniggia in un’infrasettimanale a San Siro di gennaio 1990 quando prima segna uccellando la difesa rossonera, poi alla palla successiva prova ancora ad involarsi e Baresi lo manda secco lungo e disteso senza tanti convenevoli per far capire chi comanda in campo. E a volte anche con la terna arbitrale, perché il riflesso condizionato – quasi pavloviano – dei guardalinee ad alzare la bandierina appena il capitano rossonero fa altrettanto con la mano chiamando il fuorigioco è ormai nei libri di storia del calcio. Ah, per la cronaca comunque in quella partita Van Basten ce ne ha fatti 3.

Il figlio d’arte

 

Cesare Maldini nel 1963

Ma l’epopea di Maldini in maglia rossonera parte da molto più lontano, dal padre Cesare che ci ha giocato per 12 anni e che nel 1963 alza a Wembley la prima Coppa dei Campioni. Del Milan e di una squadra italiana. Parte da Udine, a pochi chilometri da quella Trieste che ha dato i natali al padre, dove esordisce in seria A in un gelido 20 gennaio del 1985 a soli 16 anni subentrando da terzino destro a Battistini. Finisce 1-1 e dalla panchina il “Barone” Nils Liedholm che l’ha mandato in campo sentenzia che “quel giovane ha un grande futuro”.

 

E difatti non gli fa più vedere il campo per tutte le partite rimanenti. Altri tempi e altro calcio, senza starlet, social e procuratori: con un padre così avrebbe potuto avere tutte le porte spalancate e invece passa dall’oratorio in zona Città Studi (dove è bravo tanto anche a basket) ad un anonimo provino su un campetto di Linate come uno qualsiasi, con Cesarone che raccomanda di non fare favoritismi. Tempo due tocchi e il ragazzo è abile e arruolato. Hai visto mai… Nella stagione 1985-86 a 17 anni, e sempre con Liedholm in panca, è già titolare fisso: 27 partite nella stagione che vede il passaggio di proprietà tra Giussy Farina e Silvio Berlusconi. Siamo all’anteprima della leggenda degli invincibili e i rossoneri si piazzano solo al settimo posto: in squadra ci sono già Baresi, Galli, Evani, Tassotti e Virdis, il primo nucleo del futuro Milan sacchiano.

L’esordio a Bergamo, Simonini-gol

La sua prima partita a Bergamo è quella prenatalizia, finisce 1-1 con pareggio di Simonini al 90° che svetta in mezzo alla difesa e di testa, lui piccolino, beffa tutti i marcantoni rossoneri, Maldini compreso. Nella pagella su L’Eco di Bergamo risulta comunque il migliore della difesa ospite: “In tribuna c’era papà Cesare a dargli un occhio: dire che è la sua controfigura è forse esagerare, comunque di partita in partita lo sbarbatello sta confermando buone doti di … sangue (blu nell’araldica del pallone). Voto sei e mezzo”.

Maldini senior è in realtà a Bergamo come osservatore di Enzo Bearzot in vista dei (pessimi) Mondiali del 1986 in Messico al termine dei quali il “vecio” passa la mano. Sulla panchina azzurra arriva così Azeglio Vicini e il suo posto nell’Under 21 viene preso proprio da Maldini che non può proprio evitare il debutto del figlio in maglia azzurra a 18 anni appena compiuti: due anni dopo è già titolare nella nazionale maggiore che lascia nel 2002 dopo la delusione dei mondiali nippocoreani, 126 presenze (terzo posto assoluto) e 8 anni da capitano. Papà Cesare scompare il 3 aprile del 2016, poche ore prima di un’Atalanta-Milan: l’Atleti azzurri d’Italia lo ricorda con un applauso infinito.

 

Il resto della storia di Paolo Maldini è leggenda: 7 scudetti, 1 coppa Italia, 5 supercoppe italiane e altrettante Uefa, 3 intercontinentali e soprattutto 5 Champions con 8 finali giocate, record condiviso con Gento, leggenda del Real Madrid. Due le ha pure sollevate da capitano, a raccogliere il testimone dal padre Cesare: la prima proprio in Inghilterra, a Manchester nella finale con la Juventus del 2003 decisa ai rigori, la seconda nella rivincita di Atene con il Liverpool del 2007, due anni prima di attaccare le scarpette al chiodo.

La storia, i cinesi, il rientro

Con il cambio di proprietà dopo il pasticcio cinese torna al Milan che nel frattempo ha ritirato la maglia numero 3: ad agosto 2018 viene nominato direttore strategico dell’area sport e nel giugno 2019 direttore tecnico a lavorare in tandem con un altro illustre ex, Zvone Boban nel ruolo di chief football officer. Pochi mesi dopo l’arrivo di Gazidis dall’Arsenal come amministratore delegato tutto sembra sul punto di saltare: Boban viene licenziato a marzo scorso (ma ora il giudice ha condannato il Milan a risarcirlo con oltre 5 milioni) e Maldini sembra prossimo all’uscita. E’ tutto fatto per l’arrivo in società del nuovo guru del calcio europeo, il tedesco made in Red Bull Ralf Rangnick: c’è chi va ad intervistarlo e lo sente già parlare come stratega futuro delle sorti rossonere. Ma non ha fatto i conti con Maldini che spazza l’area come ai bei tempi: “Con il dovuto rispetto, da direttore dell’area sportiva, non credo sia il profilo giusto da associare al Milan”.

 

Paolo Maldini nei panni di dirigente

Che nel frattempo con Stefano Pioli in panchina ha trovato un suo assetto: nella fase post lockdown i rossoneri danno filo da torcere a tutti. Mancano l’aggancio alla zona Champions ma conquistano più punti di tutti nell’anno solare e ora sono lì in testa con una squadra senza grossi nomi ma mixando esperienza e azzardo con il carisma di Ibra e ora di Mandzukic. L’ennesimo capolavoro del capitano che ora si gode lo spettacolo dalla tribuna e che per uno strano scherzo del destino ha debuttato nel nuovo ruolo ancora ad Udine, come da calciatore. E sempre sul campo friulano ha segnato le sole due reti in trasferta delle 29 fatte in campionato: l’ultima a San Siro, quindi l’ultima della sua carriera, l’ha fatta proprio all’Atalanta.

Era il 30 marzo 2008, goal di testa a 6 minuti dalla fine ad accorciare le distanze dopo l’uno-due di Floccari e Langella nel primo tempo, con tanto di rigore parato da Coppola a Pirlo in pieno recupero. Capitan Maldini, se non le fa niente, noi firmeremmo per il bis sabato. Nel frattempo, ancora complimenti per la sua carriera: leggendaria, semplicemente.