Atalanta attenta a De Zerbi, il bresciano che con Bergamo ha tanti (per lui troppi) conti in sospeso: ha perso sempre

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I primi calci li ha tirati non in un quartiere qualsiasi, ma a Mompiano, quello dello stadio di Brescia. Che per un bergamasco sarebbe come nascere in viale Giulio Cesare e giocare nell’Excelsior, per capirci. Aggiungeteci il fatto che il padre Alfredo oltre che vendere macchine per pavimenti (avete presente le mitiche Rotowash) era pure il presidente del centro coordinamento Brescia Club e si capisce perché Roberto De Zerbi abbia nel cuore le rondinelle. E un attimo sullo stomaco i cugini d’oltreoglio nerazzurri. Gnaro doc nonostante la famiglia d’importazione, un accentino di quelli che spaccano i microfoni (ma che comunque fanno un po’ casa, ammettiamolo) e un modo di far giocare la squadra che piace davvero tanto. Per farla breve se si dovesse pensare ad un possibile, ma non auspicabile, dopo-Gasperini sul tavolo ci sarebbero due strade possibili: l’allievo Juric e Roberto De Zerbi. Già, peccato sia bresciano, mormorano in parecchi.

Non che lui faccia moltissimo per nascondere una certa qual rivalità con l’Atalanta. Nel 2016 quando allenava il Palermo prima del match di Bergamo aveva portato i rosanero al Touring di Coccaglio, da sempre buen retiro delle rondinelle e set di conferenze stampa del presidentissimo Gino Corioni: “Andiamo nella tana nel nemico, normale prepararsi a casa, mica potevamo andare nella Bergamasca” si era lasciato sfuggire. Quel mercoledì sera di settembre era pure riuscito a vincere, 1-0 con rete di Nestorovski allo scadere. Più che una partita una sorta di “sliding doors”: da una parte Percassi che scende negli spogliatoi e davanti a tutti dice forte e chiaro che il Gasp non è in discussione e chi non intende seguirlo può anche prendere cappello e tacchetti. La partita dopo si vince 3-1 a Pescara col Crotone e quella dopo ancora 1-0 in casa col Napoli, l’inizio della favola.

 

De Zerbi ai tempi del Palermo

Dall’altra parte Zamparini che dopo 8 sconfitte e un pareggio nelle successive 9 partite aspetta di finire fuori ai rigori con lo Spezia in Coppa Italia per esonerarlo a fine novembre. De Zerbi va così ad accodarsi all’infinita teoria (4 solo in quella stagione) di allenatori fatti fuori dal vulcanico patron rosanero, ma siccome è uno che sa fare di conto al momento di subentrare alla seconda giornata a Davide Ballardini, il mister con la valigia, aveva fatto inserire nel contatto una clausoletta antiesonero da 400mila euro. Le parti vanno poi in causa e il bresciano vince due volte: nel frattempo la società è fallita e non si capisce bene chi debba pagare, ma questo è un altro discorso.

Di certo De Zerbi ogni volta che incontra l’Atalanta soffre di ansia da prestazione, da perfezionista monomaniacale qual si dice: aggiungiamoci poi il fatto che Gasperini e Sarri sono i due allenatori che (parole sue) lo fanno dormire male e il quadro è bello che fatto. Dopo quella vittoria assolutamente estemporanea col Palermo sono seguite due sconfitte con il Benevento (1-0 a Bergamo e 0-3 nel Sannio) e due 4-1 lo scorso campionato alla guida del Sassuolo.

All’andata al Mapei per un tempo abbondante i neroverdi non hanno proprio visto palla, a giugno al ritorno a Bergamo dopo il lungo stop per l’emergenza Covid (la partita era inizialmente in programma il 23 febbraio, quando l’incubo è iniziato) per un quarto d’ora hanno anche dato spettacolo, poi una volta incassata la rete di Djimsiti si è proprio spenta la luce.

In realtà la storia del mister bresciano è curiosamente piena di incroci con la sponda bergamasca, tutti discretamente fatali. Quando giocava nelle giovanili del Milan sembrava destinato ad un grande futuro (lo chiamavano il “piccolo genio”), ma in realtà le prime soddisfazioni le ha avute con un’altra maglia rossonera, quella del Foggia: primo anno a dare spettacolo a centrocampo e campionato vinto in C2, secondo anno un 9° posto in C1. Allo “Zaccheria”, uno degli stadi più caldi del Sud dove si sono fatti la bocca con Zemanlandia e ancora prima con Tommaso Maestrelli, diventa un idolo, lo chiamano “luce”. Sulla panchina c’è Pasquale Marino che lo porta anche ad Arezzo e poi a Catania. In Sicilia conquista la promozione in A, ma cede alle lusinghe del Napoli e rimane tra i cadetti: con in panchina Edy Reja arriva in massima serie, ci debutta pure (al San Paolo col Livorno il 26 settembre 2007, gli subentra l’argentino Sosa che realizza la rete decisiva) e poi a gennaio il ritorno a casa. Quella vera, però, a Brescia. E lui che la prima volta che aveva incontrato le rondinelle da avversario col Catania le aveva abbattute con un calcio di punizione non dice di no, anzi. In squadra c’è anche quel Davide Possanzini, ex AlbinoLeffe, ora suo vice al Sassuolo.

 

De Zerbi con Possanzini

Sulla panchina bresciana c’è Serse Cosmi che trascina la squadra al quinto posto, cioè ai playoff: davanti ci sono il Chievo e il Bologna già promosse, nel calderone da dove deve uscire la terza il Lecce, il Pisa e l’AlbinoLeffe. Il tabellone dice terza contro sesta e quarta contro quinta, i seriani incontrano così il Brescia in un derby abbastanza inedito e il vantaggio del miglior piazzamento in classifica. Per passare il Brescia deve vincere un match e almeno pareggiare l’altro. All’andata De Zerbi è in campo per oltre un’ora e poi passa il testimone a Taddei: vincono 1-0 le rondinelle con rete dell’airone, Caracciolo. Nella partita di ritorno Cosmi lo mette in panchina e al 40° si ritrova sotto 2-0: lo manda in campo ad inizio ripresa e lui fa il diavolo a quattro, propizia la rete di Feczesin ed è l’ultimo ad arrendersi. Ma non basta, vincono 2-1 i seriani che poi in finale si faranno superare dal Lecce. De Zerbi saluta e torna a Sud, all’Avellino, poi nel 2010 finisce in Romania, nel Cluj e vince campionato e coppa nazionale. A settembre esordisce addirittura in Champions contro il Basilea, ma la carriera la chiude nel 2013 in D a Trento.

Pochi mesi dopo, la sua carriera si tinge di neroverde, non quello del Sassuolo ma del Darfo Boario, squadra di serie D in un girone zeppo di bergamasche che ne decidono il destino, inevitabilmente. A inizio novembre i camuni perdono 2-1 contro il Pontisola e la società decide di esonerare l’allenatore Aldo Nicolini: la scelta cade su De Zerbi, debuttante assoluto ma già in possesso del patentino Uefa-B. La prima partita è con un’altra squadra bergamasca, l’Aurora Seriate che espugna il campo bresciano per 1-0. Normale che, oltre al passato da tifosissimo delle rondinelle, a De Zerbi non manchino motivi per avere qualche antipatia per l’altra sponda dell’Oglio… A fine stagione i camuni retrocedono, ma lui trova subito un’altra panchina, in Lega Pro, ed è un altro ritorno a casa: Foggia. Se prima era idolo in campo ora lo diventa in panchina: in due stagioni fa vincere la Coppa Italia ai satanelli e nel 2016 li porta al secondo posto come migliore dei tre gironi. Il sogno della B s’infrange in una doppia finale al calor bianco con il Pisa di Gennaro Gattuso: nel ritorno allo Zaccheria “Ringhio” viene centrato da una bottiglietta lanciata sugli spalti e nel parapiglia che ne segue i due vengono pericolosamente a contatto.

 

De Zerbi al Foggia

Poi è subito serie A, la parentesi burrascosa col Palermo e ora Sassuolo. In mezzo la botta d’orgoglio a Benevento dove i sanniti sì retrocedono ma a testa alta dopo una partenza con 14 sconfitte consecutive. L’ultima di una serie da incubo è proprio a Bergamo, 1-0 con rete di Cristante ad un quarto d’ora dalla fine. La domenica dopo il primo punto delle “streghe” in serie A arriva cinque minuti dopo il recupero, col Milan in un rocambolesco 2-2. La rete del pareggio la segna di testa Alberto Brignoli, giocatore con due particolarità: fa il portiere ed è nato a Trescore Balneario. Forse è la sola volta che De Zerbi ha esultato con un bergamasco.