Le «Città del calcio»/1 Edimburgo, dove non si tifa per vincere: ma per tutto il resto

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Cominciamo con questo servizio la serie estiva sulle «Città del calcio». DIno Nikpalj racconterà le sorelle europee di Bergamo: le città, cioè, visceralmente legate alla loro squadra di calcio, anche a prescindere dai successi sportivi. Si comincia dal nord, rotta su Edimburgo. Buona lettura.

Tutto sommato tifare per qualcuno a Glasgow è relativamente facile: tra Celtic e Rangers ci ballano 104 titoli nazionali. Come dire che, prima o poi, statisticamente arriva dalle tue parti. Decisamente più difficile farlo ad Edimburgo, che della Scozia sarebbe anche la capitale, ma calcisticamente ha vinto davvero pochino: 8 titoli equamente divisi tra le due anime cittadine, quella maledettamente popolare dai natali irlandesi dell’Hibernian (che è il nome dato dai romani all’Irlanda) e quella più borghese e snob, protestante e lealista, dell’Heart of Midlothian. Il problema è che gli ultimi li hanno vinti rispettivamente nel 1952 e 1960, così tanto per gradire. Roba da prendere per sfinimento tutti. Ma non gli Hibs.

Edimburgo è una città complessa, a tratti bizzarra. Tanto bella quanto difficile. Colta e con una vena artistica molto marcata: culla di scienziati, filosofi e letterati. Ma a suo modo molto ribelle, splendidamente descritta nei libri di uno dei suoi figli più celebri, Irvine Welsh, l’autore di «Trainspotting».

 

Una panoramica di Edimburgo

Un autentico inno generazionale dal quale un genio come Danny Boyle ha tratto un film assolutamente all’altezza del linguaggio folle e a tratti scurrile di Welsh, dando un volto a personaggi come Renton, Sick Boy, Spud e – soprattutto – Begbie: figli di Edimburgo, vittime e protagonisti di quell’ondata di eccessi e droga che fecero della città la capitale europea dell’Aids nei primi anni ’90. La «Chemical generation», i figli di Leith, per la precisione: e la distinzione non è roba da poco.

La storia dell’Hibernian

 

Lo stadio di Easter Road

L’Hibernian gioca qui, ad Easter Road (e ci gioca dal 1893), nel cuore di Leith, un quartiere verso il mare del Nord che ora l’imperante gentrificazione ha reso quasi trendy, ma storicamente culla della working class più dura di Edimburgo. Quando e se trovava un lavoro, beninteso. Ora ci sono locali alla moda e posti «fighetti», fianco a fianco a pub semplicemente infrequentabili, dove la specialità della casa è il classico «Fish and chips», qui accompagnato da una terribile salsa all’aceto («Salt and souce»). Notevole anche la barretta di Mars fritta in pastella, se avete lo stomaco forte e il Maalox in tasca. Tutto molto popolare, pure troppo, ma senza filtri di sorta. Se guardate bene «Trainspotting» noterete che in diverse scene ci sono riferimenti agli Hibs, a cominciare dalla maglia biancoverde indossata da Begbie in una partita a calcetto. Ma l’essenza è contenuta in una frase pronunciata da Mark Renton in «Porno», altro libro di Welsh: «Non so mica se mi piace tifare una squadra che vince». Problema che si pone poco, dando un’occhiata veloce al palmares.

Che derby nella storia

Hibs e Jambos (soprannome degli Hearts, detti anche Maroons) se le danno di santa ragione dal lontano 1875. In campo e sugli spalti. Il loro è con ogni probabilità il più vecchio derby ufficiale del mondo. Gli Hearts giocano dall’altra parte della città, a Tynecastle, dove sono di casa dal 1886: dalla loro hanno tutta la parte protestante e quartieri interi come quello di Gorgie, anche se il livello di settarismo non raggiunge quello di Glasgow, nonostante l’Hibernian sia stato fondato persino prima del Celtic. No, qui l’odio è sociale, è come se si incontrassero (e più spesso scontrassero) due filosofie di vita: quella agiata e borghese contro l’anima popolare e irriverente della città, al limite dell’emarginazione. E spesso oltre. Per la cronaca, ad Edimburgo lo stadio più famoso è comunque un altro, Murrayfield, roccaforte della nazionale scozzese di rugby. Un posto dove quando in 65mila cantano «Flowers of Scotland» si fa fatica a trattenere le lacrime dall’emozione.

Il video da brividi

A proposito di canzoni, Leith ha dato i natali ai gemelli Charlie e Craig Reid, in arte «The Proclaimers», un’autentica istituzione musicale nel Regno Unito. Il loro brano più famoso, «I’m gonna be» è stato usato dai separatisti scozzesi nel fallito referendum del 2014 (e proprio in questi giorni è arrivata la richiesta di farne uno nuovo) e riecheggia a Murrayfield dopo ogni meta della nazionale. Ma chi ha una sciarpa biancoverde al collo, sicuramente prima o poi nella vita avrà cantato «Sunshine on Leith», loro brano diventato un inno degli Hibs. Dei quali i gemelli Reid sono ovviamente tifosissimi.

Anche una retrocessione in tandem

Chiaro che con questi presupposti, ogni derby diventa una mezza guerra civile. Per la cronaca, gli Jambos vantano 117 campionati nella massima serie, gli Hibs 110: considerato che la formula di questo strano torneo a 12 squadre è andata-ritorno-andata, sono garantiti almeno tre incroci l’anno. Più quelli possibili delle due coppe nazionali. Insomma, uno spasso. Figuratevi che nella stagione 2013-14 riuscirono nella non facile impresa di retrocedere insieme in seconda divisione: solo che gli Hearts tempo un campionato e tornarono subito su, all’Hibernian ne sono serviti tre per riprendersi.

Poi ci sono gli incroci del destino. Multipli. Nel 2012 in finale di Coppa di Scozia ci arrivano entrambe: un evento per Edimburgo. Si gioca ad Hampden Park a Glasgow, che non è lo stadio del Celtic e nemmeno dei Rangers, ma quello della nazionale e delle grandi occasioni, finali di coppa in primis. La M8, l’autostrada che collega le due principali città della Scozia, è una coda unica: per settimane in città non si parla altro che della finale. Sia Hibernian che Hearts ci hanno appena giocato ad Hampden, per le semifinali: i biancoverdi hanno superato l’Aberdeen, i marroni nientemeno che il Celtic. In entrambi i casi la rete decisiva è stata segnata negli ultimi 5 minuti. Piccolo particolare: gli Hibs non vincono la coppa da 110 anni (sì, dal 1902…), i Jambos dal 2006. Finisce come deve finire, anzi peggio: 5-1 per gli Hearts, un’umiliazione che pesa ancora come un macigno dalle parti di Leith. Dove però perdere è un’abitudine, e bisogna farlo con stile: e così mentre l’altra metà di Edimburgo festeggia sugli spalti, dal lato degli sconfitti si alza un «Sunshine on Leith» da brividi. Perché anche le sconfitte vanno festeggiate.

La musica che festeggia la sconfitta

Il «miracolo» del 2016

 

Gli Hibs festeggiano la Coppa

Ma poi accadono anche i miracoli, talmente grossi da diventare un passo centrale dell’ultimissimo libro di Welsh, «Morto che cammina». Nell’ennesima trama incrociata, con personaggi che vanno e vengono dal passato di «Trainspotting», l’Hibernian nel 2016 arriva ancora in finale di coppa. Un’incredibile finale. Tanto per cominciare in campo ci sono due squadre di seconda serie, seppure nobili decadute: gli Hibs appunto e i Rangers, precipitati quattro categorie di sotto causa irregolarità finanziarie e impegnati in una risalita che si rivelerà più difficile del previsto. Ma nella semifinale hanno fatto fuori l’odiato Celtic, e tanto basta per definire grandiosa la stagione. Welsh mette i principali protagonisti dei suoi libri sugli spalti di Hampden, anzi nei box vip (perché nel frattempo Begbie ha fatto fortuna come scultore in California) a soffrire per la finale. Che si decide negli ultimi 10 minuti, quando prima Stokes fa 2-2 e in pieno recupero Gray piazza il colpo del ko. Sulla via del ritorno la M8 è un delirio, ma niente rispetto a quello che succede a Leith: dopo 114 anni l’Hibernian vince la coppa.

Hearts ko, e via con le pinte

Qualche settimana fa, nuovo round: ad Hampden per la finale stavolta ci arrivano gli Hearts e in quella parte di Edimburgo che dà sul mare del Nord si comincia già a masticare amaro. L’acido sale ancora di più quando ad inizio ripresa Edwards porta in vantaggio i Maroons. Passano meno di 10 minuti e il Celtic pareggia, per poi piazzare il colpo del ko a pochi minuti dalla fine. Nei pub di Leith cominciano i giri di pinte, perché la vendetta è un piatto che va servito freddo, e il popolo degli Hibs ne ha fatto quasi un’arte. Mai esaltarsi e mai disperare, è un po’ il motto di questa parte della città, quella bassa bassa. Nel senso che Edimburgo ha delle fattezze molto simili a Bergamo, con una città alta (bellissima) che si sviluppa intorno ai palazzi nobiliari del Royal Mile, una bassa commerciale tra Princess street e George Street, molto elegante, e poi c’è appunto Leith con i suoi quartieri (che Welsh definisce spesso «coree») oggi diventati anche trendy, ma mai abbastanza da perdere la sua autentica vocazione popolare. Per farla breve, se volete capire davvero l’anima della città, partite dall’alto e poi man mano scendete.

George Best, giusto il tempo di una birra

 

George Best, una leggenda

Anche per questo la squadra viene prima dei calciatori o di qualche star, categoria che ad Easter Road non è mai stata di casa. Anzi, no, da queste parti in verità ci ha giocato pure George Best: in pieno trip alcolico, ovviamente. A Edimburgo ci arriva a fine 1979, i fasti del Manchester United sono passati da un pezzo, e il quinto beatle (come era soprannominato) vivacchia tra ingaggi minori in Inghilterra e nella statunitense Nasl. Le condizioni fisiche sono quelle che sono, la classe resta innata, ma purtroppo anche la propensione alla bottiglia. La prima partita è in casa con i Rangers: al momento di battere un corner dagli spalti, lato Glasgow, arriva una lattina di birra. Lui la prende e fa finta di berla. Delirio totale: purtroppo il solo segno che lascerà in quella stagione e in uno scampolo di quella successiva, a parte l’incredibile numero di sbronze. Se ne andrà ai San Josè Heartquakes senza lasciare particolari ricordi né tanto meno rimpianti.

«Sparky», l’idolo degli eccessi

 

Leigh Griffiths

Perché in realtà ad Edimburgo non sanno cosa farsene di annoiate star, preferiscono la realtà che spesso è più (drammaticamente) vera di qualsiasi eccesso possibile. Per questo motivo uno degli idoli del popolo è tal Leigh Griffiths, detto «Sparky», attaccante del Celtic e pure della nazionale scozzese cresciuto (hai visto mai) a Leith. Uno che lo scorso inverno ha alzato momentaneamente bandiera bianca e si è fatto ricoverare in una clinica per disintossicarsi dal demone del gioco che lo portava a scommettere su ogni cosa possibile. E pure su quelle impossibili. Una vita tra calcio, pub e sala scommesse, in sintesi, che gli ha stroncato una carriera segnata da un’incredibile serie di eccessi. Non burloni alla «Gazza» Gascoigne, ma proprio da ragazzo di strada, quasi da membro della Ccc, la Capital City Service, la crew dei tifosi dell’Hibernian, da sempre in prima fila negli scontri. Un episodio su tutti: a marzo 2014 è sugli spalti del settore ospiti di Tynecastle al seguito degli Hibs impegnati nell’ennesimo derby con gli Hearts. Viene beccato mentre lancia cori razzisti verso il capitano di casa, il ceco Rudi Skacel, definito «fottuto profugo» e reo di aver segnato il quinto goal nella catastrofica finale di coppa di due anni prima. Un atteggiamento che fa imbestialire il Celtic, da sempre uno dei club più impegnato sul fronte della lotta alle discriminazioni di ogni genere, ma che lo fa assurgere all’immemore gloria dei tifosi di Edimburgo. Un posto dove il calcio è un eterno tempo supplementare. Tutto qua.