D immi che la sbaglia, guarda che la sbaglia, sperare è sempre il minimo, un dovere, l’ho imparato da ragazzino, quando giocavo in cortile, spesso uno contro uno, con l’amico del piano di sotto, certi pomeriggi infiniti d’inverno, le porte due sportelli nel muro di cinta, chissà di cosa, di contatori dell’acqua e del gas, o della luce, o cose così, e io ero molto più forte di lui, povero, gracile Petar, e quindi mi potevo permettere di pensarlo, ora la sbaglia e me la consegna, e io parto in contropiede e lo trafiggo, e la stessa cosa mi auguro ora, perché i portieri, con i piedi, nove volte l’azzeccano, ma la decima la sbagliano, o magari la centesima dopo novantanove, ma l’errore prima o poi arriva, e adesso sarebbe meraviglioso, perché io sono entrato da poco e sono fresco, mentre quasi tutti i miei compagni sono alla fine di una battaglia stremante, non ce la fanno più, e questi tedeschi sono forti, fortissimi, tanto più quelli che si sono alzati dalla panchina, uno dei quali ha pure segnato un gran goal, obiettivamente (mi scoccia non essere come loro, se non come lui, non aver portato lo stesso giovamento alla mia squadra), ma in ogni caso, se andiamo ai supplementari, ho paura che ci asfaltino, altro che, e che finiamo come al solito, la piccola che sfiora l’impresa contro una grande ma che cade a un metro dal traguardo, e peggio che peggio se si dovesse perderla ai rigori, beffa delle beffe, dopo una rimonta bellissima.