Gasp, basta la parola. Una dedica col cuore, dal cuore

commento. Il testo di Stefano Corsi

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T orna Gasp, e il cuore va in subbuglio. “Gasp”, per un ragazzino degli anni Settanta, a lungo è stata soltanto un’onomatopea dei fumetti. Potevano pronunciarla Paperino o Paperone, Ciccio o Nonna Papera, a esprimere sorpresa, paura o affanno. Ma lì restava, su quelle pagine variopinte. Poi, è diventata l’abbreviazione di un allenatore prima marginale (giovanili della Juventus, Crotone), poi un poco più vicino e, a volte, scomodo, sia quando c’era da andare ad affrontarlo a Marassi, sia quando con il suo Genoa saliva a Bergamo. L’ultima volta, era stata una lezione di calcio impartita all’Atalanta di Reja in un giorno di primavera e di nuvole trafelate in cielo (a noi mancava un punto per salvarci, il Genoa inseguiva l’Europa League: finì 1-4 dopo l’effimero vantaggio nerazzurro firmato da Pinilla su rigore). Nitore delle trame d’attacco ed efficacia del gioco rossoblu dovettero rimanere impressi in qualche modo negli occhi e nella mente di Antonio Percassi, se questi, pochi mesi dopo, favorito dal diniego di Campedelli, harrpotteriano presidente del Chievo, a cedere Rolando Maran, approfittò della crisi fra Preziosi e Gasperini e portò quest’ultimo a Bergamo.