C he anno sarà stato, del Novennato? Non importa neppure saperlo, al professor Caudano. Certamente uno dei primi, perché lui era ancora a Jesi, e a scuola. E quindi, nei giorni sotto Natale, lo prendeva un senso sottile di esclusione. O di noia. Perché un uomo solo e solitario non può partecipare pienamente al clima delle feste d’inverno, con tutto il loro corredo di atmosfere e simboli. Oltretutto, se ha una sua fede, sì, ma severa. Per cui, neppure l’aspetto religioso lo consolava, al punto che in casa sua non realizzava mai neppure il più essenziale dei presepi, in qualche modo non sentendosene degno. Non per caso, proprio nella sua abitazione marchigiana aveva appeso, debitamente incorniciato, un breve testo poetico attribuito a Gianni Brera. Che una poesia a suo parere tanto significativa fosse uscita dalla penna di un giornalista sportivo, per quanto grande, e romanziere, per quanto secondario, gli era parso una splendida prova del fatto che l’ispirazione poetica è un po’ come lo Spirito Santo nel Vangelo di Giovanni: “soffia dove vuole”. Per cui magari certe Odi di Orazio sono obiettivamente piuttosto superflue e certi Inni di Manzoni suonano abbastanza obsoleti, ma poi lo scritto di un bambino, di un’anziana signora o, appunto, di un cronista di atletica, ciclismo e calcio, può scaldare il cuore e possedere pure un certo pregio letterario.