Cosa è lo «squad cost ratio» e come inciderà nel mercato delle società. E perché le sanzioni non funzionano

scheda. L’approfondimento di Enrico Mazza

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S i è molto parlato nelle settimane scorse del nuovo indicatore finanziario che i club di Serie A dovranno rispettare sia a livello nazionale (Figc) che internazionale (Uefa). Prima del calciomercato invernale si era anche vociferato che alcuni club non avrebbero superato, tra questi Napoli, Lazio, Fiorentina, Torino, Genoa e persino l’Atalanta. Ci sembra dunque il caso di fare chiarezza. L’indicatore di cui si parla è generalmente definito in inglese Squad cost ratio (SCR), in italiano il rapporto del costo della rosa e sia in Europa che in Italia è entrato pienamente a regime nella stagione in corso. L’intento del legislatore è quello di rendere i bilanci dei club maggiormente sostenibili e soprattutto meno influenzati dagli apporti di capitale. Dobbiamo spiegare un’altra sigla: il CLA (costo del lavoro allargato), sotto questa voce vengono inseriti gli stipendi lordi dei tesserati, gli ammortamenti annui e le commissioni pagate agli agenti, bene il totale di questa somma non può risultare superiore al 70% dei ricavi complessivi, vengono escluse eventuali cessioni di asset materiali, ad esempio un centro sportivo e, si faccia bene attenzione a questo aspetto, le immissioni di capitali dei soci. E’ già in fase di bozza a livello nazionale ma deve essere ancora approvata una norma che escluda i costi relativi agli investimenti nel settore giovanile, le big vorrebbero anche omettere gli stipendi riconosciuti agli Under 23 ma su questo non c’è unanimità.