È finita. Adesso possiamo dirlo davvero: il mercato è finalmente terminato e con lui se ne vanno, almeno per qualche mese, tutte le incertezze, le voci, le indiscrezioni e le ambasce che inevitabilmente porta con sé. Per settimane i tifosi hanno consumato parole su parole, ognuno con la propria idea, il proprio acquisto preferito, la cessione incomprensibile, il giocatore che sarebbe dovuto arrivare e quello che invece non sarebbe mai dovuto partire. È il rito del calciomercato: si parla soprattutto dei colpi da novanta, delle operazioni milionarie, degli arrivi destinati a cambiare una squadra e delle partenze capaci di cambiare un bilancio. Ma esiste anche un altro mercato. Meno rumoroso, spesso confinato nelle ultime righe dei comunicati ufficiali e certamente meno capace di accendere immediatamente la fantasia dei tifosi. È il mercato dei prestiti. E a Bergamo dovremmo ormai aver imparato che considerarlo un mercato di secondo piano sarebbe un errore. Il caso Palestra ne è probabilmente la testimonianza più clamorosa. Un giocatore con pochissimi minuti nella prima squadra dell’Atalanta, dopo una stagione trascorsa in prestito a Cagliari, è arrivato a generare la maggiore plusvalenza di sempre per la società nerazzurra. Una parabola che racconta perfettamente quanto possa essere importante scegliere il posto giusto, il campionato giusto e soprattutto il momento giusto per permettere a un giovane di giocare. La cessione dell’esterno milanese rappresenta naturalmente il caso più eclatante, ma non è certo l’unico. La storia recente dell’Atalanta è piena di giocatori partiti temporaneamente da Bergamo, cresciuti lontano da Zingonia e poi diventati patrimonio tecnico oppure economico della società. Il prestito, insomma, non è necessariamente un arrivederci e non è neppure sempre l’anticamera di un addio. Può essere un investimento.