Il prof. Caudano cerca la parola giusta per la brutta Atalanta contro la Lazio. E la trova nei ricordi del servizio militare

storia. Il nuovo racconto di Stefano Corsi

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C i sono parole, o intere espressioni, che appartengono a una fase, a una sola fase, della nostra vita e poi ne escono. Perché facevano parte del lessico di una persona, di un’istituzione, di un procedimento, di una compagnia, e poi i nostri giorni ci hanno allontanato da loro facendocele perdere per sempre. Tutti noi potremmo citarne. Il professor Caudano ne possiede un campionario proveniente dalla scuola e dalla famiglia. La prima con il suo didattichese, le sue “criticità”, i suoi “prerequisiti”, i suoi “obiettivi minimi”, i suoi “recuperi” e i suoi mostruosi, e più o meno effimeri, acronimi (U.D.A., P.C.T.O., P.D.P o P.E.I.); la seconda con quell’idiometto che ogni nucleo famigliare crea e utilizza a proprio piacimento, talora con il gusto ironico ed esclusivo che traccia un preciso confine fra chi un certo codice sa comprenderlo e chi no. Ma questa sera, né presidi o vicepresidi, né genitori o parenti vari hanno fatto riemergere dalla nebbia del passato un vocabolo lontano. È invece stato l’Esercito, o, meglio, il servizio militare bergamasco. L’Atalanta ha appena gettato alle ortiche il passaggio alla finale di Coppa Italia perdendo ai rigori contro una Lazio pressoché orrenda. Orrenda anche lei, l’Atalanta, però. Festival dei disimpegni sbagliati, dei palloni controregalati, dei lanci nel nulla, la semifinale si è conclusa ai rigori. Nel tinello della vecchia (o mancata?) canonica, il povero Elvio ancora cammina nervosamente, e percepisce un senso come di vuoto. Terribile perdere ai rigori, sempre. Ancora di più in una semifinale. Ancora di più se si sia da soli, senza nessuno con cui sfogarsi o almeno confrontarsi. “Pensare ai rigori, comunque, è guardare il dito e non la luna”, bofonchia il professore vagando nel buio rischiarato dal televisore le cui immagini scivolano verso le interviste. L’audio è abbassato. Tifoso sentimentale, con vivo senso estetico del bel gioco, il buon Elvio non tollererebbe né dalla voce ruvida di Sarri né da quella più suadente di Palladino che reclamassero di aver visto una bella partita, una battaglia, una gara tesa e appassionante. “Capacissimi entrambi, vincitore e vinto, di rivendicare la qualità di uno spettacolo che invece è parso la pubblicità fedele e demoralizzante del calcio italiano, qualità della classe arbitrale compresa”.