S essanta milioni di euro. Centoventimila lire. Fra queste due cifre si distende quasi un secolo di storia del calciomercato atalantino. Nell’estate del 2026 Marco Palestra passa al Chelsea per una cifra che, bonus compresi, sfiora i 60 milioni di euro. È la cessione più ricca mai realizzata dall’Atalanta e l’ennesima conferma di un modello ormai studiato in tutta Europa. Novant’anni prima, nell’estate del 1938, l’Atalanta appena retrocessa in Serie B cedeva invece alla Roma Giuseppe Bonomi, detto Picaia, uno dei migliori talenti di quegli anni usciti dal vivaio nerazzurro. Il corrispettivo era di 120 mila lire, una somma ragguardevole per quei tempi. Le due operazioni appartengono a mondi lontanissimi. Nel 1938 il calcio italiano era ancora un universo artigianale, lontano dai diritti televisivi, dagli agenti e dalle trattative miliardarie del calcio moderno. Da qui prende avvio questo viaggio. Non un semplice elenco di acquisti e vendite, ma il racconto di come l’Atalanta abbia trasformato una necessità economica in una competenza e quella competenza in uno dei modelli più ammirati del calcio europeo. Il primo capitolo di questa storia porta inevitabilmente il nome di Giuseppe Bonomi , per tutti Picaia. Cresciuto nel vivaio nerazzurro, aveva contribuito in maniera determinante al ritorno dell’Atalanta in Serie A, diventando rapidamente uno dei giocatori simbolo della squadra. La permanenza nella massima serie durò però una sola stagione: il campionato 1937-38 si concluse con la retrocessione e, come sarebbe accaduto molte altre volte nella storia atalantina, la necessità di fare cassa ebbe la meglio sul desiderio di trattenere il proprio campione.