Atalanta, ora la Champions si chiama Verona e la rincorsa per il futuro (ma Monaco non è stata inutile)

commento. Il post partita di Roberto Belingheri

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Q uel che è fatto, è fatto. Cosa, dentro quest’ultima partita, conta relativamente. Primo tempo a ritmi di allenamento, nel secondo tempo è bastata un’accelerazione persino contenuta del Bayern per ricordarci che, a prescindere dal modulo che utilizzi per affrontarla, una squadra così ti batte come, quando e quanto vuole. Arriviamo in fondo a questa Champions con un passivo ovviamente pesante, che forse non avremmo immaginato, pur consci della differenza enorme tra le due squadre, alla vigilia. Ma fa niente. Nulla dei suoi meriti può essere tolto all’Atalanta per non essere stata competitiva con una squadra così. Detto, ridetto, sia messo agli atti. Resta un cammino di Champions straordinario, frutto, va ricordato, anche dei brillanti risultati ottenuti durante la gestione Juric. Gli unici risultati brillanti di quella gestione, peraltro, paradossalmente. Ed è la Champions che per intensità di emozioni ha regalato agli atalantini, dopo Dublino, la vittoria forse più entusiasmante di sempre. Non siamo in grado, per ragioni di età, di paragonarla con la finale di Coppa Italia del 1963. Speriamo di poterla paragonare presto a un’altra finale di Coppa Italia vinta. Sarebbe ora. Ma Atalanta-Borussia resta una di quelle partite che non smetteresti mai di rivedere, di rivivere, qualcosa che andremo avanti ancora un po’ a domandarci se davvero è successo così, quella sera. Quella è la grande gioia. La grande soddisfazione è essere stati gli unici italiani agli ottavi di Champions. Il che dice tutto, ma proprio tutto, sullo stato disastroso del calcio italiano.