Capire l’Atalanta, dopo 6 mesi. Serve più «testa» per esaltare la tecnica

commento. Il commento di Roberto Belingheri

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N on sono giorni semplici per il mondo atalantino. Docce fredde e calde si alternano con una frequenza che destabilizza e, dopo oltre sei mesi dall’inizio della stagione, la sensazione è di non aver ancora «capito» fino in fondo questa squadra. Qual è, la vera Atalanta? Quella che batte il Chelsea, o quella che perde a Bruxelles? Quella che stende la Roma di Gasperini, o quella che sparisce a Verona? E sarà fondata, questa sensazione che quasi collega fatti belli e fatti brutti? Cioè che un’impresa causa il «relax» alla base della successiva caduta, che poi causa la reazione alla base della successiva impresa, e via così? Domande difficili. Quel che abbiamo capito, perché lo dicono i fatti, è che questa Atalanta è tecnicamente in grado di competere per obiettivi di alto livello. Ma mentalmente è in grado di soccombere contro quasi chiunque. E mentre la prima affermazione può essere valida anche a prescindere dalle scelte di formazione (tradotto: a Bruxelles avrebbe potuto fare risultato anche l’Atalanta rimaneggiata messa in campo da Palladino), la seconda coinvolge tutti. Perché abbiamo visto sconfitte «mentali», cioè figlie di un atteggiamento «distante» dalla partita, anche quando in campo sono andati titolari, senatori, campioni.