de Roon, un addio che spezza una storia. Ma la società rilancia, e l’Atalanta sarà più forte

commento. L’editoriale di Roberto Belingheri

Lettura 2 min.

L e scelte personali sono, per definizione, le più difficili da giudicare. Nascono da motivazioni profonde, non sempre razionali. E basta guardare la breve intervista che Marten de Roon ha rilasciato ieri mattina ai microfoni di Andrea Riscassi della Rai per capire quanto questo momento sia, per lui, difficile. E probabilmente definendolo «difficile» siamo ancora lontani da una dimensione realistica del dispiacere interiore di un uomo che forse tutto pensava di dover vivere, meno che questo. Ma è anche vero che Marten de Roon aveva un contratto con l’Atalanta, ha quasi 36 anni, c’è un allenatore che pratica un calcio diverso dal passato, molto probabilmente lungo una stagione fatta di 50 partite avrebbe trovato spazio. Uno spazio diverso, certo. Ma tutto cambia: si può scegliere di adattarsi ed essere diversamente utili o di adattare la realtà a se stessi, costi quel che costi. de Roon ha scelto la seconda via, prendendo il primo volo per Roma e spezzando a freddo, di colpo, una storia fatta di un decennio di successi, millemila partite, una coppa portata in bacheca. Aveva abilmente costruito una narrazione di se stesso più uomo che «calciatore» nel senso più stereotipato. Ma al bivio più difficile ha scelto, apparentemente, la discesa anziché la salita. Ha scelto se stesso anziché la prosecuzione della sua storia. Nessun giudizio, ma è certo più che comprensibile la reazione dei tifosi, tra il 10% di chi lo comprende e il 90% di chi non capisce e, quindi, disapprova.