S arebbe fin troppo facile cominciare citando Vasco, col suo “eh già, siamo ancora qua”. Ma è così: come sempre a questo punto dell’anno, mentre il nostro mondo sta per andare in ferie (e non domandiamoci “in ferie da cosa, come faceva la buonanima di Marchionne, perché chi lavora sodo sa da cosa va in ferie...), le ferie per i calciatori finiscono e per loro tutto ricomincia: borsoni, scarpette e via, per un lungo viaggio che li porterà lungo alti e bassi, lungo vittorie e sconfitte, all’inseguimento, al raggiungimento o al mancato medesimo raggiungimento dei loro obiettivi, personali, di squadra, di club. L’Atalanta che si ritrova oggi a Zingonia per preparare il primo anno dell’era «dopo Gasp». Quindi, da qui, non può che partire un enorme augurio di buon lavoro a colui che ha il compito più grande e difficile: raccogliere l’eredità di Gianpiero Gasperini. Raccogliere l’eredità cioè di colui che a braccetto con proprietà e dirigenti ha stravolto la natura stessa dell’Atalanta, trasformandola da «regina delle provinciali» a club in grado di restare stabilmente ai vertici nazionali ed europei, fino a sfiorare per tre volte la conquista della Coppa Italia, fino a conquistare l’Europa League, fino a scalare le classifiche di ogni possibile ranking internazionale (secondo la graduatoria del più accreditato dei quali oggi l’Atalanta è la 13ª squadra europea, ed è stata persino al 6° posto. Dunque, ricapitolando, nel nostro «essere ancora qua» non possiamo che far sentire una robusta pacca sulla spalla a Ivan Juric. Perché chiunque, dopo Gasperini, sarebbe stato accolto come minimo con freddezza. Ed è capitato anche a lui. E chiunque, dopo Gasperini, sarà sottoposto a confronti e paragoni. E’ naturale. Capiterà anche a lui, forse soprattutto a lui che di Gasperini è considerato il primo e di più lunga data allievo. Ma Juric non insegua il «fantasma» di Gasperini: sia se stesso, porti avanti le sue idee, non cerchi di replicare nulla: il passato è stato, è finito per definizione.