S iamo stati abituati, per tanti anni, a parole sopra le righe. A volte anche troppo, con una forma di aggressività troppo spesso scambiata per schiettezza. Poi è stata la volta dell’estrema sintesi, con il mantra «squadra giocato bene» adatto a ogni circostanza, bella o brutta. E infine, abbiamo avuto parole sempre in discesa, capaci di lisciare il pelo pure a un porcospino. Finalmente, ci sia permesso di dirlo, sentiamo parole normali. La prima sensazione, ascoltando la presentazione di Maurizio Sarri, è questa: non un «guru», non un vip, uno che a Instagram preferisce un caro vecchio libro di carta. Uno che incontri la mattina sul pianerottolo. Uno normale. Poi, certo: i titoli hanno la loro grammatica e quel «vincere qualcosa» è ghiotto, dentro le esigenze di sintesi. Ma ci sono tre altre cose - almeno - che meritano una sottolineatura.