Questa è l’Atalanta che serve: tosta, unita, che ci crede. Il rosso? Ingenuità di qua, sceneggiata di là. E Pairetto esagera

commento. Il post partita di Roberto Belingheri

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S aremmo partiti dal cartellino rosso di Ahanor, perché è l’episodio che ha cambiato la partita definitivamente. Ma non possiamo partire, dato com’è finita, dal senso generale di questo 0-0 strappato dall’Atalanta a Como. Perché forse ci voleva la vista del precipizio per «svegliare» la squadra, per far ritrovare la capacità di soffrire, di lottare, di correre, di essere «squadra». Quel precipizio è arrivato quando la squadra è rimasta in 10, cioè subito. E da lì, dato che il Como non l’ha sbloccata subito, è via via maturata la convinzione di poterla scampare, e anzi, a 15’ dalla fine alzi la mano chi non ha fatto una carezza al pensiero di poterla addirittura vincere. E attenzione: non senza merito. Si è rivista l’Atalanta, insomma. E se alla vigilia un pareggio non l’avremmo accettato volentieri, perché lascia la squadra a 5 punti di distacco dal Como, adesso è un risultato che ovviamente va preso con grande gioia. Non per il punto, che conta relativamente. Ma per la prestazione, per quell’interruttore che è finalmente scattato «dentro» i giocatori, per questi abbracci finali che, così forti, non si vedevano da un po’. Vuol dir tanto, dopo il Bilbao e dopo Bruxelles. Vuol dire che c’è ancora fiducia di poterci star dentro, vuol dire che la testa è fondamentale - checché ne blaterino certi bastian contrari da social - perché quando c’è quella allora vedi persino Sulemana volare in avanti imprendibile, e sfiorare l’impresa. Vedi Ederson trasformato, tornato il giocatore che sradica i palloni dai piedi avversari, vedi Bellanova tornato in campo e capisci perché è tanto importante, vedi Krstovic lottare come un leone su ogni palla. Tutto questo fa una squadra che può ancora dare un senso a questa stagione. Altroché.