Resta uno spiraglio. Ma contro questo Borussia serve essere intensi (e oggi Scamacca non ce la fa)

scheda. Il post partita di Roberto Belingheri

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N on è un peccato averla persa, è forse un peccato averla persa così, dando una mano ad avversari più forti. L’Atalanta viene via da Dortmund con la sensazione di non essersi veramente misurata con gli avversari, in fondo a una partita strana, cominciata in ritardo e finita di fatto quasi subito. Perché il vantaggio in avvio ha consegnato ai tedeschi un’arma fondamentale: star lì, far macinare chilometri all’Atalanta in attesa dell’imbucata giusta. Che è arrivata, purtroppo, puntuale. Sforzandoci di guardare alla partita al netto degli episodi che l’hanno deciso, il rammarico aumenta. Perché la sensazione è che questo Borussia, condizionato anche da tantissime assenze in difesa, non fosse impenetrabile. E che con l’intensità giusta, con la capacità di battagliare giusta, la partita non fosse ingiocabile. E qui si chiamano in causa alcune scelte di Palladino. Certo, qui si scrive col beneficio del senno del poi, obiezione accolta. Ma l’esperienza anche recente insegna che in Champions dovrebbero andare in campo i giocatori che stanno meglio. Che magari non coincidono per forza con quelli dal miglior potenziale. A volte possono essere scelte anche dolorose, e poi complesse da gestire.