L’ Atalanta ha letteralmente gettato al vento una possibilità storica, quella di blindare l’accesso al gruppo delle prime otto della Champions League. Il 2-3 contro l’Athletic Club non è stato il frutto di una partita dominata dagli avversari, ma la conseguenza diretta di un passaggio a vuoto di dieci minuti nella fase centrale della ripresa, in cui l’Atalanta ha smarrito riferimenti e controllo. Errori in uscita, cattiva gestione dei momenti e letture difensive sbagliate hanno ribaltato una gara che fino a quel momento sembrava saldamente nelle mani della squadra di Palladino. Un blackout improvviso, difficile da decifrare anche a freddo, che ha lasciato sbigottiti e amareggiati giocatori, staff e pubblico, trasformando una serata che poteva essere celebrativa in un’occasione sprecata dal peso specifico enorme.
Le scelte iniziali di Raffaele Palladino sono andate nella direzione della continuità, soprattutto dalla cintola in su. L’Atalanta si è affidata all’undici più utilizzato nelle ultime uscite per quanto riguarda centrocampo e trequarti, confermando la volontà di non stravolgere gerarchie e meccanismi in una partita dal peso specifico elevato. La novità più rilevante ha riguardato il ritorno di Zappacosta in coppia con Bernasconi come quinti, tornando su profili più affidabili e strutturati dopo l’esperimento di Musah a destra visto contro il Pisa. Una decisione tecnica chiara, orientata più alla gestione dei tempi e delle letture difensive, anche in funzione delle transizioni dell’Athletic.