I l cronista vive inevitabilmente nel presente e, se è corretto predicare pazienza davanti a una squadra che ha cambiato radicalmente filosofia, principi e riferimenti, diventa altrettanto necessario raccontare e sottolineare ciò che il campo ha restituito finora. Dopo sei partite ufficiali, l’Atalanta di Sarri rimane ancora al di sotto delle attese e, soprattutto, ha mostrato progressi troppo limitati. Anche gli uomini di maggiore peso arrivati dal mercato e schierati titolari contro i rossoblù hanno finito per risentire di un contesto collettivo ancora poco funzionale. Kessie ha provato a dare sostanza e conduzione al centrocampo, Rowe ha cercato accelerazioni e uno contro uno, ma nessuno dei due ha potuto incidere con continuità dentro una squadra ancora macchinosa e troppo cerebrale. Con il pallone l’Atalanta ha sviluppato possessi lunghi senza riuscire a trasformarli con sufficiente frequenza in vantaggi concreti, pagando lentezza, pochi movimenti coordinati e una certa confusione negli ultimi trenta metri. Senza palla il problema è apparso persino più evidente. La squadra ha corso molto per portare la prima pressione, ma lo ha fatto spesso senza tempi e distanze adeguati, consumando energie senza recuperare il pallone e concedendo spazi una volta superata la prima linea. La sconfitta contro il Cagliari ha quindi assunto un peso che è andato oltre il risultato. Non ha certifica per ovvie ragioni un fallimento, ma hanno rimarcato la quantità di lavoro che dovrà essere fatto perché le idee di Sarri diventino finalmente riconoscibili ed efficaci sul campo.