L a partita tra Atalanta e Genoa non ha raccontato nulla di realmente nuovo rispetto alle ultime uscite dei nerazzurri. Il copione è stato molto simile, con un avversario organizzato in un blocco medio, compatto e disciplinato, capace di togliere linee di passaggio centrali e di indirizzare lo sviluppo del gioco, e un’Atalanta che, nonostante un dato elevato di possesso palla (56%), è sembrata a lungo in balia di ciò che il Genoa le voleva concedere. È proprio questo l’aspetto più interessante da analizzare. Perché il controllo del pallone non si è mai tradotto in un reale controllo della partita. La squadra di Palladino ha costruito, ha occupato campo, ma lo ha fatto spesso seguendo traiettorie già previste dall’avversario, senza riuscire a creare un vantaggio lungo lo sviluppo dell’azione. Da qui nasce una riflessione più profonda, che va oltre la singola gara e si lega a una tendenza ormai evidente. L’Atalanta non fatica ad arrivare sulla trequarti, ma fatica ad arrivarci nelle condizioni giuste, con tempi e posizioni che possano realmente mettere in difficoltà la struttura difensiva avversaria.
Il primo nodo da analizzare riguarda proprio la costruzione bassa, perché è lì che si origina, in modo quasi sistematico, la lentezza del possesso atalantino. L’uscita parte da Carnesecchi, che ha avuto il compito di aprire su uno dei braccetti. Prendendo come riferimento la catena di destra, la sequenza è stata piuttosto ricorrente. Palla a Scalvini in allargamento e immediata ricerca di Zappacosta. Il problema, però, non è stato tanto nella scelta quanto nelle condizioni in cui questa ricezione è avvenuta. Zappacosta ha ricevuto quasi sempre da fermo, spalle alla porta, senza la possibilità di attaccare lo spazio in conduzione.