A Cagliari l’Atalanta ha probabilmente toccato uno dei punti più bassi della sua stagione. Non tanto per il risultato in sé, quanto per il modo in cui è arrivato. Una squadra fragile, disordinata, spesso fuori ritmo e incapace di dare continuità alle proprie idee. Una prestazione che non complica la corsa ad una qualificazione europea “diretta”, chiusa di fatto anche prima del match della Domus Arena, ma che ora la costringe a guardarsi anche alle spalle e ad aggrapparsi sempre di più all’ipotesi di un accesso alla Conference League legato alla vittoria in Coppa Italia dell’Inter. È un bilancio che pesa, soprattutto se rapportato agli investimenti fatti. Il salto di qualità atteso dopo una campagna acquisti importante, superiore ai 120 milioni, non si è mai visto davvero con continuità in stagione. E anche Palladino, che all’inizio aveva dato segnali incoraggianti, sta accompagnando la squadra in una fase in cui le prestazioni vengono spesso descritte come “positive”, ma senza esserlo realmente. Il problema non è solo tecnico o tattico. È anche mentale. L’Atalanta dà sempre più spesso l’impressione di una squadra scarica, demotivata, poco lucida nei momenti chiave e incapace di accendere la partita quando serve. Ed è proprio questo, più ancora del risultato, il segnale più preoccupante.
Le scelte iniziali di Palladino hanno confermato l’impianto previsto alla vigilia, ma con alcune indicazioni tattiche precise che sono state sottolineate anche nelle letture pre gara. La decisione più significativa ha riguardato il centravanti. Scamacca è stato preferito a Krstovic per aumentare il livello tecnico della rifinitura e avere un riferimento più pulito tra le linee, in una partita in cui si prevedeva meno duello diretto e più gestione del pallone contro un blocco basso.