C harles De Ketelaere è probabilmente, per qualità tecniche, uno dei giocatori migliori a disposizione di Maurizio Sarri. Forse il migliore. Mancino, associativo, capace di leggere gli spazi e di collegare reparti differenti, possiede caratteristiche che dovrebbero renderlo centrale nella nuova Atalanta. Eppure, in questo primo tratto della stagione, il belga sembra ancora alla ricerca della propria dimensione. Non necessariamente fuori dal gioco, né improvvisamente meno forte, ma meno naturale. Più distante dalle zone nelle quali riesce a incidere e soprattutto meno libero di interpretare gli spazi secondo le proprie caratteristiche. La sensazione diventa ancora più evidente osservandolo con il Belgio. In nazionale De Ketelaere sembra un giocatore differente. Mark van Bommel lo ha collocato al centro dell’attacco, utilizzandolo da falso nove. Viene incontro, protegge palla, collega il gioco, trascina fuori i difensori, libera spazio per De Bruyne e gli esterni e partecipa alla prima pressione senza palla. Nelle prime tre partite di Nations League ha giocato 247 minuti da titolare in attacco, senza segnare ma servendo due assist. Numeri che raccontano soltanto una parte del suo impatto, perché buona parte del valore prodotto dal belga nasce prima dell’ultimo passaggio. Il contrasto con l’Atalanta è diventato ancora più interessante dopo le sue recenti dichiarazioni dal ritiro della nazionale. De Ketelaere si è definito senza esitazioni un attaccante e ha spiegato di sentirsi meglio quando può giocare centralmente rispetto a quando è costretto a rimanere vicino alla linea laterale. Parlando del suo utilizzo nell’Atalanta attuale è arrivato a una considerazione ancora più significativa: ritiene che, giocando in questo modo, non venga ottenuto il meglio dalle sue caratteristiche. Non una contestazione nei confronti di Sarri — lo stesso De Ketelaere ha immediatamente anteposto le esigenze della squadra alle proprie preferenze — ma una valutazione tecnica del ruolo che gli viene richiesto.