Cosa dice la carriera di Giuntoli sul futuro dell’Atalanta? Ecco il metodo: prima l’idea tecnica, poi i nomi da inserire

scheda. L’approfondimento di Gianluca Besana

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D opo un anno vissuto inevitabilmente come una fase di transizione successiva all’addio di Gian Piero Gasperini, l’Atalanta guidata dalla famiglia Percassi sembra arrivata al momento di compiere una scelta destinata a indirizzare il futuro del club. Non perché il progetto nerazzurro abbia improvvisamente smesso di funzionare, ma perché, per la prima volta dopo anni di crescita costante, stanno emergendo contemporaneamente interrogativi tecnici, societari e strutturali che impongono una riflessione profonda sulla direzione da prendere. È dentro questo scenario che stanno prendendo sempre più consistenza le indiscrezioni che portano a Cristiano Giuntoli come possibile nuovo direttore sportivo dell’Atalanta. Un nome che non rappresenterebbe soltanto un avvicendamento nell’area tecnica, ma il possibile simbolo dell’inizio di una nuova fase della storia nerazzurra. Perché quando un club come l’Atalanta decide di intervenire su figure chiave del proprio assetto, difficilmente lo fa per semplice routine gestionale. La sensazione, osservando le dinamiche delle ultime settimane, è piuttosto quella di una società che stia iniziando a progettare qualcosa di più ampio: il ridisegno del prossimo ciclo tecnico, sportivo e strategico della squadra.

Cristiano Giuntoli raramente arriva in una società limitandosi a gestire il mercato. La sua storia racconta piuttosto di un dirigente abituato a leggere prima la struttura tecnica ed economica del club, per poi intervenire con gradualità su ogni livello dell’area sportiva. Il suo lavoro non si misura soltanto nei singoli acquisti, ma soprattutto nella capacità di costruire un modello riconoscibile, sostenibile e coerente con l’identità dell’allenatore.

I dati aiutano a spiegare bene questo metodo. Nel Napoli dello scudetto 2022-23, la squadra che ha dominato il campionato non aveva il monte ingaggi più alto della Serie A, ma soltanto il quinto. Il vantaggio competitivo non è stato quindi costruito esclusivamente attraverso la spesa, ma tramite una gestione molto più precisa delle risorse. In quegli anni il club ha progressivamente abbassato il peso salariale della rosa, ridotto l’età media e aumentato il valore patrimoniale dei giocatori, mantenendo allo stesso tempo un livello tecnico altissimo.