Il calcio dell’Atalanta/2. Come attaccavano le migliori squadre di Sarri, e cosa manca, qui, ora

scheda. L’approfondimento di Gianluca Besana

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N el primo approfondimento dedicato all’Atalanta di Sarri abbiamo provato a individuare l’origine delle difficoltà offensive emerse nelle prime giornate. Il problema non riguarda soltanto il numero dei gol o la precisione degli attaccanti. La squadra arriva negli ultimi trenta metri senza riuscire ancora con continuità a muovere la struttura avversaria, creare spazi e attaccarli attraverso movimenti coordinati. Per capire come questo processo possa evolvere è però necessario fare un passo indietro e osservare come hanno attaccato le precedenti squadre di Sarri. Non per cercare un modello da trasferire automaticamente a Bergamo, perché interpreti differenti hanno prodotto soluzioni differenti, ma per individuare i principi che sono rimasti costanti e il modo in cui sono stati trasformati in situazioni concrete. Dal Napoli di Mertens, Insigne e Callejón alla Lazio di Immobile, passando per Chelsea e Juventus, cercheremo quindi di ricostruire cosa accadeva e come riusciva a deformare la difesa avversaria. Perché è proprio dentro questi movimenti che possiamo cercare qualche indicazione su ciò che ancora manca all’Atalanta. Una costante attraversa gli attacchi di Sarri: il pallone deve servire a provocare un movimento dell’avversario e il movimento di un compagno deve sfruttarne immediatamente la conseguenza. Per questo le sue combinazioni più efficaci funzionano spesso attraverso movimenti opposti. Un giocatore si avvicina, un altro si allontana. Uno occupa il centro, un altro libera il corridoio. La squadra concentra uomini su un lato per poter attaccare quello opposto.