P er comprendere il cambiamento che Maurizio Sarri sta introducendo nella fase di non possesso dell’Atalanta, occorre partire da un aspetto che riguarda anche chi osserva la squadra. Dopo quasi dieci anni di Gasperini, il tifoso nerazzurro ha sviluppato una notevole familiarità con determinate situazioni di gioco. Ha imparato a riconoscere le marcature a uomo, le uscite aggressive in avanti, la volontà di mantenere il contatto con il proprio riferimento e la ricerca costante dell’anticipo per interrompere la costruzione avversaria. È una conoscenza costruita partita dopo partita, attraverso un sistema nel quale molte responsabilità difensive erano immediatamente visibili. L’arrivo di Sarri modifica anche questa abitudine. Una distanza maggiore tra un giocatore e il suo avversario diretto, un’uscita ritardata o una circolazione avversaria apparentemente indisturbata possono essere interpretate come segnali di scarsa aggressività. Ma per stabilire se lo siano davvero bisogna osservare che cosa accade intorno al pallone. Quali possibilità di passaggio rimangono disponibili, dove si trovano i compagni del portatore, quale zona del campo viene protetta e quali conseguenze produce la scelta di non intervenire immediatamente.
È da questa differenza tra ciò che appare e ciò che accade che nasce il nostro approfondimento sulla fase di non possesso. Lo svilupperemo attraverso due analisi complementari, con obiettivi distinti.
In questa prima parte cercheremo di capire come sta cambiando il comportamento difensivo dell’Atalanta e quali strumenti servano per interpretarlo. Partiremo dai numeri, ma senza attribuire loro significati che non possono sostenere. Un indicatore come il PPDA può aiutarci a misurare la frequenza delle azioni difensive rispetto ai passaggi concessi all’avversario, ma non è sufficiente per stabilire se una pressione abbia funzionato. Per comprenderlo bisogna collegare il dato alle situazioni di gioco e soprattutto alle conseguenze che produce.