L a sconfitta dell’Atalanta con la Juventus ha chiuso definitivamente la rincorsa all’«Europa che conta» attraverso un posizionamento tra le prime della classe in campionato. Ma, al di là di quanto accaduto contro la squadra di Spalletti, sarebbe sbagliato attribuire tutto a quella singola partita. L’Atalanta ha perso terreno molto prima, pagando una serie di errori accumulati nel corso della stagione e una gestione che, in più di un momento, non è stata all’altezza delle ambizioni consolidate e degli investimenti fatti. L’Atalanta non è uscita dalla corsa Champions per il palo colpito da Scalvini, o per il fortunoso gol di Boga o per una partita persa immeritatamente. Ci è uscita dopo mesi in cui ha rincorso sé stessa, cambiando pelle due volte e pagando gli errori fatti sin da inizio stagione. Affidare la squadra a Ivan Juric è apparso fin da subito un azzardo. L’idea di trovare una continuità con Gasperini si è rivelata presto fragile, perché nonostante l’etichetta di “erede” che gli era stata assegnata con troppa facilità, l’arrivo a Bergamo del tecnico croato ha portato un calcio più rigido, più manovrato nelle parti basse del campo e improntato a cercare la soluzione diretta e per certi versi estemporanea. Un gioco poco adatto alle caratteristiche della rosa. Così, la squadra ha perso rapidamente la fluidità di sviluppo a cui ci aveva abituato, e la produzione offensiva si è presto attestata su valori inferiori di circa il 50% rispetto alle stagioni precedenti. Il problema, però, non è stato soltanto la scelta iniziale. È stato anche il tempo impiegato per riconoscere che quella scelta non stava funzionando. L’Atalanta ha continuato a insistere troppo a lungo, anche quando risultati e prestazioni avevano già reso evidente che la squadra si stesse allontanando dai propri riferimenti. E qui è bene aprire una piccola parentesi.