La partita oltre il risultato: un’Atalanta più di quantità che di qualità. Nei dati la sensazione di quelle tante corse a vuoto

scheda. L’approfondimento di Gianluca Besana

Lettura 8 min.

L a sconfitta contro il Cagliari ha lasciato all’ambiente nerazzurro qualcosa di più difficile da archiviare rispetto ai tre punti persi. Dopo sei partite ufficiali, il tema ora non è più stabilire quanto è già compiuto il progetto di Maurizio Sarri. Pretenderlo avrebbe significherebbe ignorare la profondità del cambiamento intrapreso durante l’estate. La questione però ora riguarda piuttosto la quantità, e soprattutto la qualità, dei progressi mostrati durante questo primo tratto di stagione. Da questo punto di vista, la partita ha restituito segnali poco incoraggianti. L’Atalanta ha avuto il pallone per più tempo (62%) ha occupato a lungo la metà campo avversaria, ha concluso molto più del Cagliari (22 a 5) e ha provato a comandare territorialmente la gara. Eppure ha prodotto pochissimi momenti nei quali il proprio possesso abbia realmente alterato l’organizzazione avversaria. È stata una superiorità prevalentemente quantitativa. La squadra ha mosso molto il pallone, ma ha mosso poco chi aveva davanti. Dentro questa difficoltà sono finite anche individualità che avrebbero dovuto aumentare le possibilità offensive. Rowe ha ricevuto raramente nelle condizioni ideali per esprimere accelerazione e uno contro uno. Kessié ha garantito presenza e conduzione, ma il suo lavoro non ha risolto la lentezza dello sviluppo. Samardzic e De Ketelaere hanno cercato soluzioni tra le linee senza trovare continuità nei movimenti attorno al pallone. Non è sembrato quindi un problema riconducibile alla qualità dei singoli, quanto alla capacità del sistema di metterli nelle condizioni di produrla.