C’ è un momento, durante le partite di questa nuova Atalanta, nel quale mi sorprendo ancora ad aspettare qualcosa che non arriva. Il difensore avversario riceve il pallone, alza la testa e per qualche istante “l’occhio” si prepara quasi automaticamente a ciò che abbiamo visto migliaia di volte negli ultimi dieci anni. Qualcuno dovrebbe saltargli addosso, gli altri essere già in posizione sui relativi riferimenti, la partita dovrebbe improvvisamente accelerare. Invece spesso non accade. Oppure accade con tempi e modalità differenti. E allora bisogna ricordarsi che questa è un’altra Atalanta. Dieci anni non hanno costruito soltanto una squadra. Hanno costruito nel pubblico un vocabolario calcistico. Abbiamo imparato a riconoscere come positive l’aggressione, la verticalità, la riconquista alta, il duello individuale, la corsa immediata verso la porta. Abbiamo finito per associare il controllo della partita alla capacità di tenerla costantemente sotto tensione. Maurizio Sarri sta provando a sostituire buona parte di quel linguaggio con un calcio differente, più posizionale, ragionato, interessato alla gestione degli spazi e del pallone attraverso principi che richiedono altri tempi. Il problema, per chi osserva, nasce proprio qui. Quanto del disagio prodotto dalle prime partite dipende dalla difficoltà di abituarsi a qualcosa di nuovo e quanto, invece, racconta una squadra che oggi sta semplicemente giocando male?