Meno istinto e spettacolo, più controllo e ragionamento: i segnali di Lecce spiegano l’Atalanta nella volata finale

scheda. L’approfondimento di Gianluca Besana

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I l lunedì di pasquetta ha offerto ai tifosi nerazzurri un’alternativa alla classica gita fuori porta. Al Via del Mare, l’Atalanta si è giocata una parte importante delle proprie possibilità di rientrare nella corsa europea, magari aspirando anche a qualcosa di meglio della Conference League. La sconfitta della Roma la sera prima, e il pareggio del Como nelle ore precedenti al match, avevano cambiato il peso della trasferta di Lecce, trasformandola in una delle occasioni più importanti delle ultime settimane. I nerazzurri hanno vinto, rispondendo con una prestazione particolare. Per un tempo la squadra di Palladino ha scelto di non forzare. Ha giocato una gara più controllata che brillante, con ritmi bassi, possesso lento e accelerazioni centellinate. Poi, nella ripresa, ha cambiato marcia e ha sfruttato con lucidità gli spazi che un Lecce più aggressivo ma poco bilanciato ha offerto. È stata una vittoria che ha dato la sensazione di essere stata gestita quasi scientificamente. L’Atalanta non ha dominato la partita in modo continuo, ma ha avuto sempre la percezione di poter decidere quando alzare il ritmo e quando invece gestire la gara.

I numeri raccontano bene proprio questa gestione. L’Atalanta ha chiuso con il 58% di possesso e 454 passaggi riusciti, ma il dato davvero significativo è un altro. Pur senza attaccare in modo continuo, la squadra di Palladino ha prodotto 2,20 xG contro appena gli 0,33 del Lecce. Ha tirato 16 volte contro 11(solo 5 volte in più dei giallorossi), ma ha creato 5 grandi occasioni contro nessuna. Non è stata quindi una superiorità costruita sul volume, bensì sulla qualità delle situazioni create.