Quel sottilissimo margine tra forza e vulnerabilità: alle radici del problema più grave dell’Atalanta

scheda. L’approfondimento di Gianluca Besana

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L a sconfitta contro l’Athletic Club ha compromesso quasi completamente la possibilità dell’Atalanta di accedere direttamente agli ottavi di finale di Champions League, senza passare dal turno di playoff. Una partita che doveva certificare la crescita europea dei nerazzurri e che invece ha lasciato in eredità dubbi e amarezza, soprattutto per come la sconfitta è maturata. L’Atalanta ha a lungo avuto il controllo del gioco, ha indirizzato la gara e ne ha gestito i ritmi, ma ha visto sgretolarsi tutto in una finestra di dieci minuti nella fase centrale della ripresa. Errori in uscita, letture sbagliate e una gestione emotiva improvvisamente fragile hanno ribaltato una partita che sembrava saldamente nelle sue mani. È da questo passaggio a vuoto, improvviso e difficile da spiegare, che nasce questa analisi.

La partita contro l’Athletic Club ha messo in evidenza uno dei paradossi più insidiosi del percorso europeo (e non solo) dell’Atalanta. Per lunghi tratti, soprattutto nel primo tempo e nella prima parte della ripresa, i nerazzurri hanno avuto il controllo della gara. Possesso palla elevato, avversario costretto a difendere basso e a rinunciare a pressioni continue, ma non hanno saputo capitalizzare la mole di lavoro svolto con a palla. I numeri aiutano a chiarire il concetto. Il possesso è stato ampiamente a favore dell’Atalanta ( oltre il 70% nei primi 55 minuti), così come il volume complessivo di passaggi ( 692 a 289 alla fine del match) e la capacità di mantenere la palla nella metà campo avversaria. Ma quando si entra nel merito della qualità delle occasioni, il quadro interpretativo cambia.