Quella dinamica nella costruzione che (per ora) fa male all’Atalanta di Sarri

scheda. L’approfondimento di Gianluca Besana

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L’ insoddisfazione al fischio finale era difficile da nascondere, non tanto per uno 0-0 che lascia naturalmente aperto il discorso qualificazione, quanto per le sensazioni lasciate dai novanta minuti. A tratti la partita tra Atalanta e Hapoel è stata lenta, prevedibile, anche noiosa. Una percezione inevitabilmente accentuata da ciò a cui il pubblico di Bergamo è stato abituato a vedere per anni, ovvero, un calcio costruito sulla velocità d’esecuzione, sull’aggressività senza palla, sul pressing offensivo e sulla capacità di trasformare rapidamente ogni recupero o possesso in un tentativo di attaccare la porta avversaria. Contro l’Hapoel si è visto quasi l’opposto, l’Atalanta ha controllato il pallone per lunghi periodi, ha occupato stabilmente la metà campo avversaria e ha chiuso con il 62% di possesso (ma con 5 tiri effettuati in meno rispetto alle medie della passata stagione), ma raramente è riuscita a trasmettere la sensazione di poter modificare improvvisamente il ritmo della gara. Limitarsi a parlare di una manovra lenta sarebbe però riduttivo, perché la velocità con cui una squadra gioca non dipende soltanto dal numero di tocchi (più di 700) o dalla rapidità del passaggio, dipende dagli spazi che riesce a creare, dalle soluzioni offerte al portatore, dalla sincronizzazione dei movimenti e soprattutto dalla capacità di costringere la struttura avversaria a prendere continuamente decisioni. È proprio sotto questa superficie apparentemente piatta che la partita contro l’Hapoel ha lasciato le indicazioni più interessanti, perché dietro quella sensazione di lentezza sono comparsi due problemi differenti ma strettamente collegati tra loro, due chiavi di lettura attraverso le quali provare a capire perché l’Atalanta abbia avuto così tanto il pallone riuscendo a produrre così poco con quel possesso.