Un’Atalanta più verticale, precisa, intensa. E con questo Raspadori si può ragionare di futuro

scheda. L’approfondimento di Gianluca Besana

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L a vittoria di San Siro ha sicuramente restituito ossigeno all’Atalanta dopo settimane molto complicate, ma sarebbe un errore leggerla semplicemente come una guarigione improvvisa dei problemi emersi nell’ultimo periodo. La prestazione contro il Milan ha invece riportato alla luce alcuni temi molto precisi, che da una parte hanno mostrato ciò che questa squadra riesce ancora a fare quando trova una partita adatta alle proprie caratteristiche ma dall’altra ha confermato anche limiti e fragilità che restano aperti. Il contesto della gara ha avuto infatti un peso enorme. Il Milan, tra pressione ambientale, obbligo di vittoria e una prestazione collettiva molto passiva, ha finito per concedere all’Atalanta esattamente ciò che nelle ultime settimane era mancato: campo da attaccare, transizioni e situazioni aperte. E dentro questo scenario la squadra di Palladino è tornata improvvisamente più fluida, più veloce e più efficace. Ma proprio il modo in cui si è sviluppata la partita porta inevitabilmente ad alcune riflessioni più profonde. Perché il finale caotico, il calo di tensione e la gestione poco lucida degli ultimi minuti hanno lasciato aperti diversi interrogativi. Così come restano aperte le questioni che riguardano il futuro tecnico e strutturale dell’Atalanta, in un momento in cui ogni partita sembra diventare anche una valutazione sul progetto che verrà.

L’impostazione della partita ha finito per favorire in maniera piuttosto evidente l’Atalanta. Il Milan, anche per obblighi di classifica e contesto ambientale, ha cercato fin dall’inizio di tenere un baricentro più alto e di avere maggior controllo del pallone (56% di possesso palla al 15’). L’Atalanta, invece, ha scelto un atteggiamento molto più attendista, meno aggressivo nella pressione e più orientato a proteggere gli spazi per poi ripartire.