L’ ultima partita del girone non offriva, sulla carta, grandi possibilità di accesso diretto agli ottavi per l’Atalanta. Le percentuali erano inferiori al 15% e il margine di manovra dipendeva più da combinazioni esterne che da un reale controllo del proprio destino. Tuttavia, restava una partita di Champions League, e come tale avrebbe meritato di essere affrontata senza compromessi, al di là dei calcoli e delle proiezioni. Le scelte iniziali di Palladino non sono andate in questa direzione. Il tecnico nerazzurro ha optato per un undici ampiamente rimaneggiato, con molte seconde linee e con alcune rinunce pesanti in termini di leadership, abitudine al palcoscenico europeo e continuità di gioco. Una scelta comprensibile se letta in funzione del prossimo e decisivo impegno di campionato contro il Como, ma che ha avuto un impatto chiaro sull’atteggiamento e sulla qualità complessiva della prestazione. L’Atalanta ha così incassato la seconda sconfitta consecutiva in Champions League, un dato che pesa più per il modo in cui è maturato che per le sue conseguenze di classifica. La qualificazione diretta era già altamente improbabile, ma ciò che ha lasciato l’amaro in bocca è stata la sensazione di una gara non interpretata fino in fondo come una partita di Champions. Più che un’occasione persa in termini di percorso europeo, è sembrata un’occasione mancata sul piano dell’ambizione e della mentalità, perché certe partite, indipendentemente dal contesto, vanno giocate come meritano di essere giocate.
Palladino ha inseguito il passaggio diretto agli ottavi scegliendo una strada coraggiosa. Il tecnico nerazzurro ha deciso di affidare una partita “decisiva” alle cosiddette seconde linee. Ha schierato Samardzic e Lookman alle spalle di Krstovic, lasciando inizialmente in panchina Scamacca e De Ketelaere, una decisione che ha spostato il peso offensivo su giocatori chiamati a dare qualità immediata tra le linee più che nel gioco spalle alla porta.