Il prof. Caudano e quell’invito senza scampo: una cena mentre gioca l’Atalanta. Delusioni e pensieri

storia. Il nuovo racconto di Stefano Corsi

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P uò un vescovo sapere di calcio? Forse, certi vescovi, sì. Ma certi altri no. E quello cui il professor Caudano deve casa, possibilità di stare nelle Langhe, piccolo lavoro e nuova vita, no, di calcio non sa nulla. Normale che, quindi, lo abbia invitato a cena per il sabato sera che il povero Elvio avrebbe devoluto alla visione di Atalanta-Napoli. Il fatto è che in una vecchia canonica della zona montana della diocesi sono saltati fuori i diari di un parroco morto nel 1986, che chi li ha trovati li ha portati in episcopio e che sua Eccellenza abbia pensato di sottoporli all’esame proprio del professor Caudano. Per sapere che ne pensa, se gli paiono degni di pubblicazione, se se ne può fare qualcosa di utile. “Sa”, ha detto il presule non senza colpire il suo interlocutore, “io sono fermamente convinto che la costruzione del Regno passi anche attraverso la salvaguardia della memoria, e non solo dal modo di vivere il presente, ammesso che lo si sappia vivere”. La proposta, giunta il mercoledì, era stata peraltro assai cortese, al punto da apparire in ogni caso irrinunciabile: “Se lei vuole, le mando il mio segretario intorno alle 16, siete da me alle 16 e 30 circa, guardiamo le carte, con calma, poi si esce a cena e poi don Raimondo la riporta a Murazzano”. Servito e riverito, e con tutto il debito morale accumulato, il buon Elvio aveva dovuto volere, senza scampo. In più, aveva ragionato sul fatto che avrebbe potuto contare che il ristorante scelto dal vescovo non avrebbe avuto televisori di sorta accesi; che il suo cellulare sarebbe potuto rimanere spento fino al rientro, evitandogli spifferi di sorta in forma di news e di commenti di amici, e che, dunque, si sarebbe goduto la partita una volta arrivato a casa, vedendola come fosse in diretta. I fatti lo hanno un poco smentito.