L a foto che vedete qui sopra quasi non ha bisogno di didascalia. Anche senza quasi. È la sera in cui tutti, o quasi, ci siamo illusi che fosse tutto passato. Che l’Atalanta avesse completato la sua transizione, che fosse guarita e che, da lì in poi, sarebbe stata tutta discesa. È la sera di Atalanta-Borussia, una delle più emozionanti dopo Dublino, sicuramente una delle più inattese. A partire dal fatto che quella serata non avremmo nemmeno dovuto viverla: l’abbiamo vissuta perché l’Atalanta, dentro le sue costanti montagne russe della stagione, aveva in precedenza buttato via la qualificazione diretta agli ottavi, con quelle due sciagurate partite contro Bilbao e Union Saint-Gilloise che l’hanno costretta ai tempi supplementari degli spareggi, peraltro contro una squadra non certo secondaria come il Borussia. Il resto è inutile raccontarlo: lo sapete già. La sconfitta dell’andata, l’impresa memorabile del ritorno, quel rigore all’ultimo secondo che ha portato alla fotografia che vedete qui sopra. Notte memorabile, indimenticabile,commovente per chi ha l’Atalanta scolpita nel cuore. Ma poi? Poi, purtroppo, non è stata tutta discesa. E la chiusura del cerchio non è coincisa con il ritorno all’Atalanta che abbiamo amato, quella capace di vincere l’Europa League e di conquistare tante qualificazioni europee. La chiusura del cerchio è stata il ritorno all’Atalanta di inizio stagione. Quella che vinceva poco, o quasi mai, quella che pareggiava, che giocava un calcio brutto, lento e noioso, eppure raccontava un’altra realtà, che diventò persino un triste mantra: «Squadra giocato bene».