Il paradosso della vittoria sullo Schalke: tre gol segnati e nessuno subìto, ma la difesa è il reparto da completare (con urgenza)

scheda. L'approfondimento di Gianluca Besana

Lettura 7 min.

Il 3-0 ottenuto dall’Atalanta sul campo dello Schalke 04 interessa relativamente poco per il risultato e molto di più per le indicazioni che ha lasciato. Siamo ancora nel calcio d’agosto, con carichi di lavoro differenti, rotazioni ampie e meccanismi inevitabilmente in costruzione. Trasformare un’amichevole in un giudizio definitivo sarebbe quindi un errore. La partita di Gelsenkirchen offre però materiale sufficiente per cominciare a capire in quale direzione Maurizio Sarri stia portando l’Atalanta. Alcuni principi iniziano infatti a essere riconoscibili. La diversa organizzazione della costruzione dal basso, la ricerca di determinate occupazioni a centrocampo, l’utilizzo degli esterni offensivi, una pressione alta meno visibile e più selettiva e la volontà di mantenere una squadra corta raccontano un progetto che sta gradualmente prendendo forma. Allo stesso tempo, lo Schalke ha sottoposto l’Atalanta a uno stress test utile proprio perché ha mantenuto un atteggiamento aggressivo, intenso e disposto a difendere con una linea molto alta. Condizioni che hanno fatto emergere sia le qualità già disponibili sia alcuni problemi ancora da risolvere. È da questa prospettiva che nell’analisi che segue daremo la nostra lettura della partita: un primo inventario delle risposte ottenute da Sarri. Ci sono aspetti sui quali il lavoro dell’allenatore comincia a essere visibile, altri nei quali la squadra conserva caratteristiche del proprio patrimonio tecnico, e altri ancora che inevitabilmente conducono al mercato.

 

Il primo gol è probabilmente l’immagine più efficace per raccontare ciò che Sarri sta cercando di introdurre. L’azione che porta Scamacca davanti a Karius nasce dopo 32 passaggi consecutivi, una sequenza lunga nella quale l’Atalanta non forza immediatamente la giocata ma muove pallone e avversario fino a creare lo spazio per accelerare. Quando arriva il momento, Gaetano verticalizza e Scamacca legge correttamente la posizione della linea dello Schalke, ne attacca le spalle senza finire in fuorigioco e conclude l’azione. È una sequenza che contiene diversi principi riconducibili al lavoro del nuovo allenatore: possesso come strumento per manipolare l’avversario, pazienza nella preparazione e verticalità quando si apre la linea di passaggio.

Sarebbe però fuorviante utilizzare quell’azione per sostenere che la nuova costruzione sia già perfettamente assimilata. Per lunghi tratti, soprattutto quando lo Schalke aumentava l’aggressività sulla prima uscita, il possesso atalantino ha prodotto poco guadagno di campo. La circolazione diventava talvolta lenta e prevedibile e il pallone finiva per muoversi orizzontalmente o tornare verso Carnesecchi senza essere riuscito a superare realmente la pressione tedesca. Lo Schalke, del resto, ha fornito un test utile proprio per la disponibilità ad alzare uomini e intensità sulla costruzione nerazzurra.

Uno degli osservati speciali era inevitabilmente Gianluca Gaetano, utilizzato da Sarri come riferimento centrale della nuova costruzione. L’avvio non è stato completamente lineare: in alcune ricezioni il centrocampista si è trovato orientato verso Carnesecchi e la giocata conseguente è stata conservativa, contribuendo a una circolazione che faticava a superare la prima pressione dello Schalke. Con il passare dei minuti, però, la sua influenza sulla manovra è cresciuta e si sono cominciati a riconoscere meglio i motivi della scelta di Sarri. Gaetano ha dato ordine al possesso, si è proposto con continuità come riferimento davanti ai centrali e, soprattutto, ha mostrato di poter trasformare la circolazione in progressione quando si apre la linea di passaggio. Il primo gol ne è stata una dimostrazione. Non ancora una regia perfettamente fluida per tutta la partita, dunque, ma indicazioni sufficienti per capire come Sarri stia lavorando sull’ex Cagliari.

Interessante, in questo senso, anche la mobilità richiesta agli interpreti. Nel corso della gara (fine del primo tempo) Raspadori si è abbassato fino a partecipare direttamente alla costruzione, mentre Éderson ha occupato posizioni più avanzate. Più che uno scambio puramente nominale, può essere letto come una soluzione per modificare i riferimenti dello Schalke. Aggiungere la qualità di Raspadori vicino al pallone e contemporaneamente portare Éderson più vicino agli spazi lasciati da una linea difensiva tedesca particolarmente alta. È un’interpretazione tattica, non un’intenzione dichiarata da Sarri, ma indica quanto il nuovo sistema possa dipendere dalla capacità dei giocatori di scambiarsi funzioni oltre che posizioni.

Lo 0-3 di Gelsenkirchen rischia di restituire un’immagine fin troppo rassicurante della fase difensiva dell’Atalanta. Carnesecchi ha mantenuto la porta inviolata, ma lo Schalke è riuscito comunque a creare diverse situazioni pericolose, soprattutto quando ha aumentato intensità e aggressività. Il palo di Karaman, le uscite dello stesso Carnesecchi e alcune incursioni prodotte dai tedeschi raccontano una partita nella quale la linea nerazzurra è stata sottoposta a sollecitazioni maggiori di quanto dica il risultato finale. Anche la cronaca ufficiale dello Schalke rivendica diverse opportunità costruite nel corso della gara.

Il punto non è mettere sotto processo Scalvini e Kossounou, né utilizzare un’amichevole estiva per formulare giudizi definitivi. La questione riguarda piuttosto le caratteristiche che il nuovo calcio di Sarri richiederà ai centrali. Se l’Atalanta vuole mantenere una squadra corta, portare uomini nella metà campo avversaria e accettare determinati momenti di pressione, alle spalle serviranno difensori capaci di gestire molto campo, reagire rapidamente alla perdita del pallone e difendere anche situazioni nelle quali manca una protezione immediata davanti alla linea. Contro lo Schalke, proprio quando la struttura atalantina perdeva ordine, Scalvini e Kossounou non sempre hanno trasmesso la sensazione di una coppia particolarmente rapida nella correzione.

È soprattutto qui che la partita tedesca si collega al mercato. L’Atalanta ha bisogno di completare il reparto e, a questo punto della preparazione, consegnare un centrale a Sarri prima dell’inizio delle partite ufficiali appare la priorità principale. Non soltanto per una questione numerica. Serve tempo perché un nuovo difensore assimili distanze, riferimenti, altezza della linea e meccanismi di uscita di un sistema profondamente diverso da quello al quale l’Atalanta era abituata.

Il profilo, inoltre, conta almeno quanto il numero. Non basta aggiungere un centrale. Sarebbe utile un difensore reattivo, rapido nella difesa dello spazio, affidabile quando viene trascinato lontano dalla propria area e sufficientemente pulito con il pallone per partecipare alla costruzione richiesta da Sarri. È questa la vera indicazione lasciata da Gelsenkirchen. Il clean sheet certifica il risultato; lo sviluppo della partita suggerisce invece che il reparto sul quale intervenire con maggiore urgenza rimane quello difensivo.

Un’altra indicazione interessante arrivata da Rotterdam, e confermata a Gelsenkirchen riguarda il comportamento dell’Atalanta senza pallone. La squadra di Sarri non ha cercato una pressione alta continua. Per lunghi tratti ha preferito rimanere corta e compatta, proteggere maggiormente il centro e accompagnare la costruzione dello Schalke verso le corsie. Una scelta che va distinta però dall’idea di una squadra passiva. L’Atalanta ha semplicemente selezionato i momenti nei quali alzare realmente la pressione.

Ed è proprio nelle rare situazioni in cui il pressing veniva portato fino all’area tedesca che si è intravisto un meccanismo interessante. Sulla costruzione a quattro dello Schalke, il passaggio del portiere verso uno dei due centrali diventava uno dei possibili segnali per l’uscita. A quel punto era la mezzala atalantina del lato palla ad alzarsi sul centrale che aveva ricevuto. Il centravanti poteva così orientarsi sull’altro difensore centrale, mentre i due esterni offensivi prendevano come riferimento i terzini. La conseguenza era una trasformazione temporanea della pressione in una serie di accoppiamenti individuali sulla prima linea di costruzione avversaria, e copertura per impedire che la palla tornasse da dove era partita.

È un dettaglio significativo perché racconta qualcosa del lavoro di Sarri al di là dell’altezza media del blocco. L’obiettivo non sembra essere correre continuamente verso il pallone, ma riconoscere il momento nel quale la pressione può essere portata con riferimenti chiari e distanze sufficientemente corte. Se l’uscita non viene attivata, la squadra può invece ricompattarsi, schermare maggiormente le soluzioni interne e provare a indirizzare la squadra avversaria lateralmente.

In questo senso, frequenza e organizzazione della pressione sono due questioni differenti. A Gelsenkirchen la prima è stata relativamente bassa; la seconda, quando il meccanismo veniva attivato, ha mostrato già principi riconoscibili. È ancora presto per stabilire se questa selettività diventerà una caratteristica strutturale dell’Atalanta di Sarri oppure sia stata determinata dalla fase della preparazione e dai carichi atletici. L’indicazione della partita, però, è utile.

Resta naturalmente il passaggio successivo, quello più difficile. Una pressione di questo tipo funziona soltanto se tutta la squadra accompagna l’uscita: quando la prima linea viene superata, le distanze alle sue spalle devono rimanere ridotte.

 

Il secondo tempo va letto con maggiore prudenza rispetto al primo. Lo Schalke è rientrato in campo aumentando sensibilmente l’intensità, con la necessità di provare a ridurre lo svantaggio e di dare una risposta davanti ai 58.587 spettatori della VELTINS-Arena. L’aggressività dei tedeschi è cresciuta e l’Atalanta ha trascorso più tempo senza riuscire a controllare la partita attraverso il possesso come aveva fatto in alcune fasi della prima frazione.

Sarebbe però eccessivo trasformare questa maggiore passività in un problema strutturale. Sul secondo tempo hanno pesato inevitabilmente la condizione atletica di una squadra ancora in preparazione e soprattutto le numerose rotazioni operate da Sarri. Cinque cambi già all’intervallo, seguiti dalle altre sostituzioni nel corso della ripresa, hanno progressivamente modificato uomini, relazioni e riferimenti della squadra. Alcuni giocatori sono stati inoltre utilizzati in posizioni nelle quali non possono necessariamente esprimere al 100% ( de Roon regista ad esempio ) le proprie caratteristiche.

La conseguenza è stata un’Atalanta meno continua, con distanze e automatismi inevitabilmente meno consolidati. Lo Schalke ha potuto approfittarne aumentando pressione e presenza nella metà campo nerazzurra, costringendo in alcune circostanze Carnesecchi e la linea difensiva a intervenire. Ma proprio la natura dell’amichevole impone di non attribuire a questa fase lo stesso peso analitico del primo tempo, disputato con una struttura molto più vicina a quella sulla quale Sarri sembra lavorare in vista dell’inizio della stagione.

Le indicazioni della ripresa, dunque, esistono ma vanno contestualizzate. Più che fornire giudizi definitivi sul funzionamento collettivo, raccontano soprattutto quanto il nuovo sistema dipenda ancora dalle relazioni tra gli interpreti e dalla conoscenza delle rispettive funzioni.

Tutto ciò che è successo a Gelsenkirchen, messo insieme, raccontano soprattutto una squadra in trasformazione. La mano di Sarri comincia a essere riconoscibile, ma sarebbe prematuro cercare già un’Atalanta compiuta. Si vedono la volontà di governare maggiormente il pallone, una costruzione più ragionata, occupazioni differenti del centrocampo e una pressione alta utilizzata secondo momenti e riferimenti precisi. Allo stesso tempo emergono inevitabilmente meccanismi ancora da rendere più naturali e un reparto difensivo che il mercato dovrebbe completare in tempi relativamente brevi.

C’è però un’indicazione che forse vale più delle altre. Cambiare identità non significa necessariamente rinunciare alle qualità che questa rosa possiede già. Contro uno Schalke aggressivo e disposto a tenere la propria linea molto alta, l’Atalanta ha mostrato di saper essere ancora particolarmente efficace quando il campo si apre. Scamacca ha attaccato la profondità, Samardžić ha trasformato un recupero difensivo in una transizione di campo aperto, Krstović ha trovato il terzo gol attaccando ancora lo spazio. Dentro un calcio che vuole diventare più associativo e controllato rimane quindi un patrimonio di verticalità che Sarri avrà interesse a conservare.

Il mercato dovrà accompagnare questo processo. La priorità appare oggi quella di aggiungere un centrale difensivo, con caratteristiche adatte a difendere spazio e sostenere una linea ambiziosa permetterebbe a Sarri di lavorare con un reparto più completo già prima dell’inizio ufficiale della stagione. Per il resto, Gelsenkirchen lascia soprattutto materiale su cui lavorare, non sentenze. Il progetto comincia a essere visibile; adesso bisogna capire quanto rapidamente uomini, principi e mercato riusciranno a convergere.