D omenica 17 maggio 1987, tutto si compie sull’asse da Firenze a Torino. Sotto un diluvio universale al “Franchi” si spengono le ultimissime speranze di salvezza dell’Atalanta di Nedo Sonetti e succede quando Marino Magrin da 30 metri centra il palo alla destra del portiere viola Landucci portando a quota 14 (in pratica uno ogni due partite…) i legni colpiti dai nerazzurri in quella disgraziata stagione. In Piemonte invece, al vecchio Comunale, “le roi” esce di scena: a 32 anni ancora da compiere Michel Platini lascia il calcio. Quella con il Brescia è la sua ultima partita, un rocambolesco 3-2 che significa retrocessione anche per le rondinelle. I destini di Magrin e Platini si incrociano perché il sostituto del francese in maglia bianconera sarà proprio il centrocampista veneto che l’Atalanta ha preso nell’estate 1981 dal Mantova e che dopo tre anni a Bergamo non solo ha conquistato una doppia promozione riportando la squadra nella massima serie da dove mancava dal 1979, ma pure un posto nel cuore della tifoseria con le sue punizioni da due (ai tempi la vittoria valeva ancora così…) punti. Quelle precedute dall’immancabile coro “Tira la bomba, tira la bomba…” che oggi si direbbe virale alla pari dell’inno nerazzurro cantato dal nostro. Quel “Forza Atalanta dai, vinci più forte che puoi” (chi l’ha letto non cantandolo mente…) che rimane ancora oggi il più noto tra i vari tentativi fatti in forma ufficiale e non. Calcio e musica sono una passionaccia di casa Magrin, visto che anche il figlio Michele ha giocato a buoni livelli e ha pure composto un inno, quello del Monza. In quegli anni l’A4 da Bergamo a Torino è parecchio trafficata, soprattutto in direzione della Mole: Scirea, Cabrini, Fanna, Tavola, Prandelli, Marocchino, Pacione, solo per fare qualche nome. Alcuni hanno lasciato un segno indelebile nella storia bianconera e del calcio italiano, altri si sono dimostrati un po’ sotto le aspettative, Magrin ha fatto il suo ma l’eredità di Platini avrebbe schiacciato chiunque e comunque. Anche per questo mister Rino Marchesi non gli affida la maglia numero 10 che fu del francese ma una più prudenziale numero 8. Il coronamento di una carriera iniziata davvero dal basso, prima nella Virtus Bassano (è nato a Borso del Grappa, poco distante, nel settembre 1959) e poi in quell’autentica fucina di talenti che era il Montebelluna a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, squadra più volte incrociata dalle bergamasche in serie D. A Mantova in C1 nella stagione 1980-81 lo nota Ottavio Bianchi, allora mister della Triestina: quando l’Atalanta lo convince a tornare a casa (abita tuttora in Città Alta) per ricostruire la squadra dopo la rovinosa retrocessione in terza serie lui presenta la lista della spesa e dentro c’è quel magrissimo centrocampista visto con i virgiliani. Così segaligno che da giovane qualcuno si era detto perplesso su un suo futuro da calciatore a buoni livelli.