Ogni partita, una storia. Quei simboli dell’Atalanta finiti alla Roma: prima di de Roon, illustri predecessori

storia. La storia di Dino Nikpalj

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I n principio fu Valter Bonacina, bergamasco fino al midollo, simbolo di un’Atalanta operaia. Uno che con una rete allo scadere a San Siro al Milan degli invincibili regalò a tre fortunati tredicisti qualcosa come 4 miliardi (e 300 milioni e rotti) di lire a testa. Anno di grazia 1988. Il “Cina”, uno che calcisticamente si era mosso tra le due polarità orobiche dei tempi: la gloriosa Virescit Boccaleone prima e l’Atalanta poi. Porta i viola di quartiere (senza dubbio la squadra bergamasca più amata dopo quella nerazzurra) dalla D alla C1, poi dopo un campionato di assestamento in terza serie nel 1986 fa il doppio salto e sbarca in serie A in tandem con un altro enfant du pays, Costanzio Barcella. Entrambi esordiscono nella massima serie nella sfortunata partita persa 1-0 a Genova con la Samp nel settembre 1986, autorete di Prandelli. Prima di loro il viaggio Boccaleone-viale Giulio Cesare l’aveva fatto Fulvio Simonini, bomber della Virescit arrivata in C1: 22 reti nella stagione 1985-86, compresa quella della vittoria (decisiva) all’ultima giornata in quel di Novara. Ma di questo terzetto passato dal viola di quartiere al nerazzurro del capoluogo solo Bonacina nel 1991 prende la strada della capitale, sponda giallorossa. Non è stato il primo: lo stesso percorso l’ha fatto nel 1957 Giulio Corsini e prima ancora nientemeno che Amedeo Amadei (il “Fornaretto”), mito romanista, che nel giro di un anno e mezzo va avanti e indietro in parallelo a Giuseppe Bonomi, il talento più cristallino del vivaio nerazzurro degli anni ’30. Altri tempi, comunque, e per questo quando il “Cina” nel 1991 cede alla corte di Ottavio Bianchi e se ne va in giallorosso un pochino di rumore lo fa. Anche solo per la rivalità tra le due tifoserie, decisamente oltre i livelli di guardia dopo la (burrascosa) rottura del gemellaggio a fine settembre 1984.