Insegna in Australia con metodo made in Bg
Susanna Mazzola al lavoro a Sidney

Insegna in Australia
con metodo made in Bg

A Sidney la 32enne di Valbrembo ha portato l’esperienza acquisita all’asilo Gioiosa: «Qui fanno errori marchiani sul piano pratico»

La chiamano «wanderlust (dal tedesco «wander», vagabondare e «lust», desiderio): un’ossessione che, in alcuni casi, rasenta la patologia. Chi ne è affetto non riesce a tenere a freno la viscerale necessità di viaggiare, esplorare il mondo, imbattersi in nuove culture. Non è uno scherzo: recenti studi sulle mutazioni genetiche hanno riconosciuto colpevole di questa sindrome un gene del nostro Dna, il DRD4-7R, prontamente ribattezzato il «gene del viaggiatore».

Di queste particelle cromosomiche erranti abbonda - per sua ammissione - il corpo di Susanna Mazzola, 32 anni, originaria di Valbrembo, che da un triennio vive in Australia - prima a Melbourne, oggi a Sydney - ma il cui domani potrebbe essere ambientato in Nuova Zelanda o in Canada. E pensare che fino all’inizio del 2014 la sua era una storia come tante: laurea in psicologia, sette anni da educatrice tra gli asili nido e la scuola dell’infanzia dell’associazione Gioiosa di Monterosso, culminati con la carica di referente della sezione distaccata di Albano Sant’Alessandro.

Certo, appena sul calendario spuntavano un lunedì o un venerdì festivi, ne approfittava per salire su un aereo con direzione Londra o Dublino: era lì che fantasticava di trasferirsi poco prima di conseguire la maturità al liceo linguistico Falcone, ma poi la vita aveva preso un’altra piega. Era soddisfatta, Susanna: aveva 28 anni, era economicamente indipendente, abitava da sola e amava follemente il suo lavoro. Eppure, non era felice: sapeva che le mancava qualcosa. Non era facile, però, ammetterlo a se stessa. Per capirlo, per sputare quel rospo, era necessario intraprendere il viaggio più insidioso: quello dentro agli anfratti della propria anima.

«Per nove mesi mi sono tormentata, facendomi mille domande: la decisione di partire è arrivata a conclusione di quel processo, quasi fosse un parto. A 19 anni avevo rinunciato al sogno di emigrare in Inghilterra perché sentivo di dovermi prendere cura di mia mamma, alle prese con un’ernia. Papà era mancato quando io avevo nove anni e mia sorella tre: da quel momento, inconsciamente, mi ero sentita responsabile della famiglia. Ma era passata una decade, alcune dinamiche erano mutate: mi chiedevo, «perché sono ancora qua?»».

Susanna trova la risposta a questo martellante interrogativo durante uno dei tanti incontri formativi di autoeducazione - percorsi di ricerca finalizzati alla crescita personale - cui prende parte con le colleghe. «Analizzando me stessa avevo realizzato qualcosa di sconcertante: io, figlia, mi ero sempre comportata da genitore. In virtù di questo, non mi ero mai data la possibilità di azzardare e, al contempo, avevo sbilanciato il rapporto con mia madre. Fu allora che capii quanto fosse doveroso ripristinare i ruoli e, soprattutto, concedermi di rischiare. La reazione di mamma di fronte alla notizia che sarei espatriata, fu commovente: “Vai ovunque: purché tu sia felice”, disse. Mi ero raccontata una storia che non esisteva, proiettando i miei condizionamenti sul nostro rapporto. Oggi, a 16mila chilometri di distanza, siamo più unite che mai: sono tornata a essere soltanto una figlia».

Anche là, nella terra dei canguri, la bergamasca continua a occuparsi di bambini. «Inizialmente come “au pair” a Melbourne. Poi, una vacanza mordi e fuggi a Sydney, mi fece innamorare follemente dei suoi paesaggi. Il primo anno è stato durissimo: ho fatto i salti mortali perché venissero riconosciute la mia laurea e gli anni di esperienza, ma ogni tentativo è stato vano a causa di alcuni scogli assurdi. Ad esempio, per loro era inconcepibile che io non avessi mai sostenuto un esame sul cambio del pannolino: e dire che ero in grado di cambiarli ad occhi chiusi! Mi sono dovuta rimboccare le maniche e ritornare sui banchi di scuola, arrabattandomi tra mille lavoretti pur di pagarmi gli studi. È stato un periodo difficile: sono certa che se avessi scelto una meta anglofona in Europa - tipo Londra o Dublino, città che mi somigliano e mi piacciono molto di più - sarei rientrata in Patria con la coda tra le gambe. In quel frangente ho compreso perché avessi optato per l’Australia: avevo affidato a me stessa un “compito a sviluppo”; così, in Gioiosa, chiamavamo quegli incarichi - diversi per ogni bambino - il cui scopo è accrescere capacità latenti, ma relegate in un angolino. Confinandomi lì, dall’altro capo del mondo, mi ero obbligata a tirar fuori la grinta, perché era troppo complicato e dispendioso salire su un aereo per Bergamo. Senza gli strumenti di autoanalisi acquisti nella mia vita precedente non ce l’avrei mai fatta».

Susanna confessa di aver riscoperto con orgoglio la sua italianità soltanto da espatriata: una risorsa importante anche in ambito professionale. «Di recente in Australia è stato creato un codice dell’educazione basato soprattutto sui metodi Montessori e Malaguzzi: il mio pane quotidiano in Gioiosa. Sebbene abbiano buoni basi teoriche, non faccio che imbattermi in errori marchiani sul fronte pratico: i maestri non vengono debitamente formati - molti di loro hanno seguito soltanto un corso di sei mesi - e i responsabili degli asili hanno le mani legate, perché è ritenuto offensivo riprendere un sottoposto, sebbene stia facendo qualcosa di sbagliato. Infine, l’eccesso di elasticità lavorativa fa sì che gli educatori cambino di continuo: ogni giorno i piccolini si trovano di fronte un volto diverso».

Sarà merito di quei lunghi capelli rossi che fanno pensare ad Ariel - la «Sirenetta» consacrata alla fama dal lungometraggio Disney - ma maestra Susanna è entrata subito nel cuore dei suoi alunni, che venerano estasiati anche i quindici tatuaggi che tappezzano il suo braccio. «Adoro disegnare: ho persino collaborato con un tattoo studio di Sydney. Una passione che si è rivelata un’arma infallibile per convincere i miei bambini a riordinare alla fine delle attività: da quando ho iniziato a promettere disegnini sulle mani a quanti mi avessero aiutata, fanno a gara a sistemare. Passo la mezz’ora successiva a riprodurre con la penna arcobaleni, stelline, unicorni e gattini. Ma il soggetto più bizzarro è quello che da qualche settimana troneggia sulla mia spalla: si tratta di una lampadina che racchiude un faro. Sullo sfondo ho voluto fosse riprodotto lo skyline di Città Alta. Chissà, forse un giorno otterrò la cittadinanza australiana: ma non mi sono mai sentita così bergamasca!».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per sei mesi l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: bergamosenzaconfini@ecodibergamo.it.

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