Adozioni gay e tutela figli
Grana di governo

C’è un equivoco a monte della polemica sulla stepchild adoption (l’adozione fra coppie omosessuali) che sta infiammando la politica e il mondo dell’informazione: il punto di vista in queste discussioni è più quello degli adulti non quello dei bambini e della tutela del loro interesse. C’è infatti una virulenza ideologica che contrappone le posizioni e che fa perdere di vista la realtà.

È evidente che la stepchild adoption è diventata una trincea che non serve tanto a difendere e tutelare i bambini che ne venissero un giorno interessati, ma per affermare un’idea di convivenza che il più possibile si vuole equiparare all’istituto del matrimonio. L’idea di vincolare il riconoscimento dei diritti delle coppie conviventi dello stesso sesso alla possibilità che il figlio di uno o una dei/delle due possa diventare essere adottato dall’altro/a è evidentemente una forzatura voluta e cercata per puntare ad altro. Si perde di vista la dimensione realistica e civile della questione per ingaggiare vere e proprie crociate che destabilizzano equilibri e la vita del paese. Volendola vedere in chiave politica, una campagna di questo tipo che vede la grande stampa quasi tutta schierata a favore dell’introduzione della stepchild adoption, sembra fatta apposta per creare fibrillazioni a un premier che vede il suo partito lacerato da lotte intestine. All’opposizione del Pd così riesce di mettere a segno un colpo per minare lo strapotere del premier. E non importa se nell’opposizione ci siano esponenti di tutt’e due le opposizioni. L’importante che quegli esponenti abbiano avuto l’occasione di estremizzare lo scontro.

Ma un conflitto di questo tipo ha anche un altro obiettivo nel mirino, assai più delicato: mette in difficoltà la Chiesa di Papa Francesco, costringendola ad un’opera di mediazione e di moderazione molto complicata. Non a caso ha dovuto scendere in campo il segretario della Cei Nunzio Galantino per chiarire che qualsiasi iniziativa come un eventuale nuovo family day coinvolge i singoli che vi aderiscono ma non la Chiesa. D’altra parte Galantino ha dovuto ribadire con fermezza il giudizio negativo rispetto alla stepchild adoption.

Insomma siamo di fronte ad uno di quegli scontri in cui, come si diceva all’inizio, si perde di vista l’oggetto che dovrebbe invece stare al centro dell’attenzione: cioè il bambino. E così si immagina o si fa credere che una volta approvata una norma di questo tipo, tutto si risolva magicamente. E che le adozioni, all’interno di coppie dello stesso sesso, possano avvenire come per un automatismo. Invece se si conoscessero meglio i meccanismi e le garanzie connesse a qualsiasi percorso adottivo (ma l’informazione e la cultura che la domina all’interno hanno sempre snobbato il tema prima d’ora...), si saprebbe che a decidere sull’opportunità o meno alla fine è sempre un apposito tribunale.

Certo, la legge eventuale sarebbe un richiamo ai tribunali, che hanno una grossa discrezionalità, nel senso che si espliciterebbe il riferimento all’accesso all’adozione in casi speciali per persone dello stesso sesso, non unite da matrimonio. Tuttavia la legge che in Italia regola l’adozione è intitolata «Diritto del minore a una famiglia». E quando si dice «famiglia» si fa riferimento a quella riconosciuta dall’articolo 29 della Costituzione: fondata sul vincolo matrimoniale e dunque su un padre e una madre. Questa tra l’altro è la ragione per cui la Corte costituzionale non ha mai ammesso, come regola, le adozioni da parte dei single. Così si capisce come al fondo dello scontro sulla stepchild adoption ci sia l’idea di fare delle unioni civili un qualcosa di equivalente al matrimonio, usando i bambini come un’arma impropria.

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