Stagione dei veleni Chi scende e chi sale?
Enrico Letta e Matteo Renzi

Stagione dei veleni
Chi scende e chi sale?

Passi per D’Alema che ha le sue responsabilità, ma se anche un uomo mite come Enrico Letta perde definitivamente la pazienza con Renzi, vuol dire che le tribù del Pd corrono dritte verso il punto di non ritorno. Con il suo libro «Avanti» distillato a puntate, l’attuale leader del Pd ha inaugurato l’estate dei veleni secondo lo schema «io contro il resto del mondo», rischiando così di aver torto quando pure, su alcuni punti, potrebbe aver ragione. Divisivo lo è sempre stato, talvolta per necessità ma spesso per spigoli caratteriali, tuttavia questo eccesso di agonismo alimenta una litigiosità che minaccia di risolversi in una crisi irreversibile. A meno che sia questo l’obiettivo di un tatticismo esasperato: radunare i pretoriani, chi ci sta ci sta, e gli altri se ne possono andare. Un modo tutto renziano per fare chiarezza, semplificando il disordine, e del resto il segretario dem si sente legittimato dal 70% dei consensi ricevuto alle primarie.

Ma è lecito chiedersi se uno strumento (già di per sé discutibile) nato all’insegna della partecipazione possa essere trasformato per menar fendenti plebiscitari. Si dirà a ragione che un po’ tutti, chi più chi meno, spingono al massimo la centralità del leader, anche perché, seguendo la logica del proporzionale (il sistema elettorale verso il quale stiamo indietreggiando), radicalizzare lo scontro può consentire di intestarsi un segmento di elettorato. Eppure fino ieri il Pd era stato presentato come una comunità plurale. «Sembra voler solo la rivincita», ha scritto sul «Corriere» il grande saggio Virginio Rognoni, sintetizzando un giudizio diffuso anche fra chi, nel condividere il progetto del giovin fiorentino, non s’è lasciato prendere dall’entusiasmo di ieri e dall’accanimento di oggi. Dietro l’angolo il Pd incontra l’isolamento e se Renzi non vuol sentire parlare di alleanze la sua indisponibilità ad essere il tessitore di tanti mondi denuncia un limite relazionale. Già Napolitano, fin qui il lord protettore, s’è messo in disparte. La «tenda» di Prodi è sempre più lontana.

Il ministro Orlando riafferma lealtà al partito, ma per averne conferma bisognerà aspettare l’autunno dopo le regionali in Sicilia dove i grillini potrebbero fare il pieno. Altri due ministri che contano, Franceschini e Delrio, sono in posizione distinta e critica. Il titolare dell’economia, Padoan, è sotto stress e si sa come la pensa, visto che le incursioni di Renzi in materia vengono da uno «esterno al governo». La stessa Commissione europea, chiamata in causa dal leader Pd che vuole rivedere il Fiscal compact, precisa che i suoi interlocutori in Italia si chiamano Gentiloni e Padoan. Qua e là si segnalano abbandoni individuali, compreso qualche lontano parente del leader.

La stessa campagna di Renzi, una volta elaborato in fretta il lutto per la sconfitta referendaria, irrompe su un quadro politico compromesso, facendo risaltare lo scollamento fra gli obiettivi del governo e la visione del socio di maggioranza. Lo si vede nel rapporto con l’Europa, al di là del merito: Padoan è impegnato a ridurre il debito e infatti ha ottenuto lo sconto, mentre Renzi intende alzare il deficit ai fini del consenso. Stessa replica sull’immigrazione, dove in effetti il governo Renzi sulla missione Triton potrebbe aver sbagliato nell’accettare che tutti i profughi dovessero finire nei porti italiani: la difesa dello ius soli sembra una tattica per bilanciare a sinistra quel che spunta a destra con il motto «aiutiamoli a casa loro».

La normativa sui diritti di cittadinanza è materia incendiaria per l’esecutivo: il Senato, con il disimpegno degli scissionisti di Bersani, è ormai terra di nessuno, e Alfano non riesce più a tenere i suoi in via di rimpatrio berlusconiano. In questo processo di balcanizzazione ci sta l’annunciato caos alla sinistra dei democratici, dove vige la regola del «due teste, quattro partiti». Il passo indietro di Pisapia notifica le contraddizioni di un campo aperto, fin da subito apparso un po’ generico e dai confini da precisare. Per l’ex sindaco di Milano si trattava di non finire nella trappola del risentimento di Bersani e delle trame di D’Alema, ma soprattutto di marcare una differenza dall’antirenzismo duro e puro. Quello di Pisapia era un soggetto civico esterno ai dem, ma non contro, teso a istituire un rapporto dialettico con il Pd, senza il quale non esisterebbe il centrosinistra.

Stride il contrasto fra il peso specifico e la considerazione di uomini di governo come Gentiloni, Padoan e Minniti, in crescita anche nelle sedi internazionali, e le fratture e gli ego smisurati nel centrosinistra, un assist per il centrodestra in ripresa. Mentre i volonterosi del Pd saranno impegnati a salvare il soldato Matteo dai suoi tormenti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA