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«Senegal perdona l’Europa», Davide Lemmi racconta il Paese di Senghor

Articolo. Reporter freelance e videomaker, il fondatore di «FADA collective» sarà ospite della rassegna «Lontano presente» che, in questa edizione 2023, affronterà storia e cultura del Senegal. L’incontro si terrà questa sera, alle 21, al cineteatro Qoelet di Redona

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La terra non appartiene all’uomo. Eppure, narrarla è il primo passo per prendersene cura, per sentirla più vicina al cuore. Ma come raccontare una terra lontana come il Senegal, senza velleitarie (e possessive) pretese di esaustività? Come parlare in modo fedele e trasparente di una nazione che, negli ultimi mesi, è attanagliata da una profonda crisi politica? Davide Lemmi, giornalista indipendente e videomaker, che ha vissuto a Dakar per tre anni, cercherà di rispondere a queste domande questa sera (venerdì 13 ottobre) alle ore 21, presso il cineteatro Qoelet di Redona. Lemmi presenterà i propri documentari e introdurrà alcuni cortometraggi all’interno della rassegna «Lontano presente» che, quest’anno, si intitola «Senegal: il leone rosso ha ruggito» ed è dedicata, per l’appunto, al Paese del grande Senghor.

FR: Davide Lemmi, dove inizia il tuo cammino come reporter freelance?

DL: Ho iniziato questa professione nel 2017, trasferendomi in Libano: ho lavorato a Beirut per quasi due anni, poi sono ritornato in Italia. Dopo un anno e mezzo, però, il desiderio di ripartire, di raccogliere testimonianze in prima persona e di vivere in stretto contatto con le storie che volevo raccontare era profondo. Con altre sei persone (fra fotografi e giornalisti) abbiamo quindi dato vita a «FADA collective»: un collettivo di freelance italiani che parlano di esteri. Il panorama mediatico nazionale, infatti, offre poco spazio a questo genere di notizie. Quando scoppia un conflitto, per esempio, è buffo notare il modo in cui i telegiornali si affrettino a riassumere le motivazioni storiche, territoriali e ideologiche che hanno portato allo scontro: quasi come se si stesse facendo la sintesi delle puntate precedenti di una serie Netflix. Questo perché, a differenza di altri Paesi europei (Francia e Inghilterra in testa), i media italiani sono piuttosto disinteressati al panorama internazionale e alle questioni geopolitiche.

FR: Perché il Senegal?

DL: Nel bel mezzo della pandemia di Covid 19, l’esigenza di tornare sul campo era forte. Ad agosto 2020, assieme ad altri due colleghi (Marco Simoncelli e Carlotta Giauna), ho deciso quindi di trasferirmi a Dakar, dove ho collaborato con diverse testate (nazionali e internazionali), producendo soprattutto materiale videografico e fotografico. Ho scelto questa parte d’Africa, innanzitutto, perché Marco è africanista e perché, nel 2018, inseguendo il filone jihadista, mi ero già interessato all’Africa occidentale. Per lo meno all’epoca, inoltre, da un punto di vista giornalistico, era un’area pressoché scoperta.

FR: «Senegal, facciamo nostro il tuo grande disegno: / Riunire i pulcini al riparo dei nibbi / Per farne, dall’est ad ovest, dal nord al sud, / Ritti, uno stesso popolo, un popolo senza divisioni […]». È un frammento estratto da «Il Leone rosso», l’inno nazionale del Senegal, composto dal presidente Léopold Senghor. Eppure oggi, sfiancato dalle proteste e dalle tensioni politiche ed etniche, il Senegal, considerato da sempre come la democrazia più stabile dell’Africa occidentale, appare un Paese diviso. È così?

DL:Le divisioni ci sono, generate da una crisi politica che si nutre di una profonda rabbia sociale, a sua volta causata da scelte economiche discutibili (che hanno avvantaggiato solo una minoranza privilegiata). Le proteste contro l’attuale presidente Macky Sall, del resto, non sono scoppiate solo perché aveva avanzato la volontà di ricandidarsi alle elezioni del prossimo febbraio, ma, soprattutto, per quello che egli rappresenta: una classe dirigente che porta avanti una gestione del potere familistico e per nulla trasparente. Sall vuole fare del Senegal un protagonista sempre più rilevante della scena africana (sia a livello regionale che continentale), ma anche di quella globale. Ecco, dunque, che il PIL cresce, ma, allo stesso tempo, la gente delle periferie viene dimenticata e vive nella miseria. Mancano i servizi sociali, un sistema scolastico adeguato e una sanità che funzioni. La situazione del Senegal è precaria non tanto, quindi, per la possibile vittoria dell’opposizione (e di Ousmane Sonko), ma perché le scelte dell’attuale amministrazione hanno minato il collante sociale del Paese. Penso, per esempio, all’enorme stadio olimpico che è stato edificato alle porte di Dakar: costato 240 milioni di euro, viene utilizzato solo per qualche concerto e per quando gioca la nazionale. È quasi inutilizzato. Allo stesso tempo, gli impianti sportivi della nazione cadono a pezzi. È come se si fosse proceduto a rifare la facciata di una casa senza averne prima sistemato le fondamenta. Gli affitti sono aumentati ed è aumentata anche la luce e la benzina. Tutto costa di più, ma il governo fa finta di niente. E i giovani emigrano.

FR: Quella dell’emigrazione (e del Senegal come punto d’origine di tanti percorsi e progetti migratori) è un fenomeno mostrato anche dal recentissimo film di Matteo Garrone, «Io capitano».

DL: I senegalesi sono un popolo di viaggiatori: ogni famiglia, in Senegal, conta fra le sue fila qualcuno che è partito. L’Europa è la meta più ambita, ma ci si mette in cammino (o in mare) anche per raggiungere il Marocco, la Guinea e il Gambia. C’è chi parte in piroga o chi attraversa il deserto (come nel film di Garrone), ma quest’ultima modalità è rara. Molte sono le ragioni: lo spirito d’avventura (soprattutto fra i più giovani), le pressioni familiari e sociali e poi, ovviamente, la mancanza di lavoro o prospettive professionali mediocri. Causa corruzione, è infatti difficile fare carriera nella pubblica amministrazione e difficile è diventare imprenditore. Al massimo, si può ambire ad aprire uno dei tanti negozietti che vendono generi di prima necessità, come latte, acqua e scatolette di tonno. Si parte per avere una vita migliore e, molto spesso, si ritorna. Il Senegal è caratterizzato da un sistema migratorio circolare, se così si può dire. Tanti di coloro che ce l’hanno fatta tornano a investire in patria. Danno vita a una piccola azienda agricola e si costruiscono una casa. In Italia, l’immigrazione senegalese è storica: ho amici i cui genitori sono giunti nel nostro Paese già a partire dagli anni Ottanta.

FR: Come si può raccontare il Senegal in maniera fedele?

Bisogna intraprendere un percorso di ascolto e studio per decolonizzare la propria mente, per convincersi, in un certo senso, di essere “ignoranti”. È un cammino complesso, quasi psicoterapeutico, che, per quanto mi riguarda, non è ancora terminato. Diventare un mero osservatore, annullarsi, non è però possibile e, forse, non sarebbe nemmeno giusto. Ad ogni modo, con un po’ di pazienza si diviene più sensibili e in grado di agire con discrezione e tatto.

FR: È il giornalismo (e la volontà di documentare) a unire la tua passione per la parola e la fotografia o è un sentire poetico (e il desiderio di testimoniare) a condurti in giro per il mondo?

DL: Entrambe le cose, ma tutto parte da mio padre e dalla sua voglia di vedere il mondo. Piano piano, però, ho capito quanto sia inutile il viaggio fine a sé stesso. Bisogna essere in grado di ascoltare e leggere quel che si ha intorno: i contesti, gli eventi, gli esseri umani e le loro storie. È come se qualcuno ti relegasse in un angolo e tu potessi solo porre domande e ascoltare. È un sentiero difficile, grazie al quale il focus passa da te agli altri e a quello che ti circonda. E alla fine diventi una specie di ponte fra colui che trasmette un messaggio e coloro che lo ricevono. In questo tipo di giornalismo, che si fa pilastro etico e sociale, trovo il senso del mio lavoro.

FR: Qual è la cifra stilista che accompagna i tuoi lavori?

DL: L’empatia. Le mie foto desiderano suscitare empatia. E poi mi piace mettere in mostra la storia personale dei miei soggetti, delle persone che ritraggo: una storia particolare in grado di dar vita a una narrazione universale.

FR: «Signore Iddio, perdona l’Europa bianca», recita un verso di Senghor. L’Europa ha davvero bisogno di essere perdonata?

DL: Sì, sicuramente: per lo schiavismo e per il colonialismo. Ma, a mio avviso, questo verso può essere letto anche diversamente: Senegal perdona l’Europa e vai avanti. Lasciala andare e vai avanti. Affinché una nazione acquisti forza e maturità piena, del resto, ci deve essere un momento collettivo di “digestione”, in cui si possa perdonare, voltare pagina e proseguire insieme.

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